«Buenos Aires, armi e barricate Gli scontri erano premeditati»

Le motivazioni della sentenza per la guerriglia dell’11 marzo: «Chi c’era non poteva non sapere»

Enrico Lagattolla

«Complessivamente, tutti i partecipanti, stando dietro alle barricate, o armandosi, o anche solo incitando, hanno accettato l’eventualità di possibili azioni devastatrici e incendiarie come effettivamente attuate, realizzando così una vera e propria guerriglia urbana». È uno dei passaggi contenuti nelle cinquantuno pagine di motivazioni della sentenza con cui il giudice per le udienze preliminari Giorgio Barbuto ha condannato diciotto imputati dell’area antagonista (assolvendone invece nove) per gli scontri di corso Buenos Aires, avvenuti la mattina dell’11 marzo. Chi era in strada quel sabato - è il senso - non poteva non sapere che le cose sarebbero «precipitate». Chi c’era, e in quel frangente è stato immortalato dalle riprese delle forze dell’ordine, era pronto al peggio. Di qui l’accusa di concorso morale e materiale in devastazione. Contro questa sentenza - annunciano i legali dei 18 autonomi - verrà fatto ricorso in appello. «Non è condivisibile, né in fatto né in diritto - spiega l’avvocato Mirko Mazzali -, perché parte dal presupposto sbagliato che gli atti di danneggiamento fossero premeditati, mentre così non è».
Cinquantuno pagine in cui si ricostruiscono i giorni che precedono gli incidenti di piazza, con le riunioni nei centri sociali Pergola Tribe, Orso e Transiti, durante le quali gli autonomi programmano la contromanifestazione organizzata per «impedire il corteo» della Fiamma Tricolore, e ripercorrono gli attimi che hanno preceduto gli scontri. Dal concentramento «in piazza Lima, come comune ritrovo», alla discesa lungo corso Buenos Aires con «uno schieramento compatto», fino al distaccamento di «cento persone, che entrarono in via Palazzi, riversando poi in strada masserizie per costruire la barricata». Di lì a breve, sarà mezz’ora di «guerriglia urbana». «Le illecite condotte - prosegue il giudice - risultano poste in essere da un numeroso gruppo», con un’azione «volta a sfondare i cordoni di protezione delle forze dell’ordine». Inizia il lancio di oggetti (un razzo frantuma lo scudo protettivo di un agente di polizia), viene dato fuoco alle auto, si attaccano i «i punti simbolici» della protesta: un «An point» e un McDonald’s. «I violenti - si legge ancora - si sono abbandonati a un’indiscriminata azione distruttiva contro esercizi pubblici, negozi e una sede di partito».
La difesa degli imputati, secondo cui nessuno di loro avrebbe partecipato in prima persona alle devastazioni, non viene accolta dal giudice. «È evidente - scrive infatti Barbuto - che hanno concorso tutti oggettivamente e moralmente all’azione violenta complessiva». Inoltre, è respinta la richiesta di considerare l’attenuante dell’«alto valore morale» della manifestazione, organizzata per impedire un corteo «incostituzionale», a causa del metodo «violento» scelto dagli autonomi. Ancora, «è infondata la tesi secondo la quale non esiste una ripresa visiva che documenti la partecipazione dei soggetti alla devastazione». I video e le fotografie consegnate alla Procura da carabinieri e Digos dimostrerebbero la «deliberata programmazione non solo di atti di resistenza, ma ben di più». «Lo stesso svolgimento dei fatti - prosegue il giudice - parla da solo, ed esprime una lucida strategia di devastazione».
«I fatti - è scritto infine - si sono caratterizzati per essere stati costituiti da un complesso di atti tra loro coordinati, senza soluzione di continuità, il tutto in una strada cittadina densamente popolata, causando un indubbio grave pericolo per la sicurezza pubblica». Atti che assumono «rilevanza più ampia nel contesto di una deliberata aggressione all’ordine pubblico, al vivere civile e alla sicurezza dei cittadini, che ne sono risultati gravemente sacrificati».