La bufala del predicatore star sbugiardato dal pm di Trento

Ospite di un convegno, lo scrittore aveva sparato: "I clan dietro la
raccolta delle mele". Poi ritrattò al Ros. Il procuratore: "Valutazioni
politiche, non gli abbiamo creduto"

Aveva distrutto il presepe trentino con poche parole. Affilato come sempre, Roberto Saviano era venuto a giugno a portare scompiglio a Trento: «Le famiglie aspromontine hanno tentato di inserirsi nella gestione e nella distribuzione delle mele trentine». Peccato che quella notizia, data al Festival dell’economia davanti ad un pubblico straripante, fosse una bufala. Inventata di sana pianta. Priva di riscontri, di un qualche appiglio nella realtà. Il procuratore di Trento Stefano Dragone con il Giornale è categorico: «Non gli abbiamo creduto. O, se preferisce, abbiamo creduto alla sua ritrattazione».
Forse, se le parole hanno un senso, più che di allarme si dovrebbe parlare di allarmismo. E di una predica spacciata come analisi. Roberto Saviano, quando parla, viene ascoltato da centinaia di migliaia di fedeli che assorbono le sue frasi come dogmi di fede. Ma i concetti vanno pesati e la verifica, a volte, dà risultati sorprendenti. Tutto il contrario di quel che il celebrato scrittore - autore di un libro cult come Gomorra - aveva spiegato rivelando la sua verità ai profani. A Trento come in tv.
Il ministro Roberto Maroni vorrebbe rispondere alle bordate sparate da Saviano sulla penetrazione della ’ndrangheta nella Lega. «Solo fatti, sono allarmato», replica lo scrittore che dipinge un quadro cupo: «La ’ndrangheta, al Nord come al Sud, cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega». Gli esempi? Uno, uno di numero. Un episodio fra l’altro controverso che riguarda un consigliere regionale. Non è un po’ poco per puntare il dito contro il partito di Bossi?
Attenzione: qualche volta quelli raccontati da Saviano sembrano fatti ma non sono fatti. Sono impressioni, punti di vista, altro ancora. Sono preoccupazioni, impressioni, sensazioni, tutto fuorché la realtà. Come a Trento.
Qui Saviano sbarca ai primi di giugno per il Festival dell’economia. In un auditorium, il Santa Chiara, riempito fino all’inverosimile, lo scrittore va dritto al punto dopo aver zigzagato fra le illegalità del nostro Paese: «Le mele trentine. Come, direte voi, pure le mele trentine? Sì c’è stata un’inchiesta, che potete studiare, partita dalla Calabria». Quale inchiesta? Lo scrittore è sicuro di sé: «Le famiglie aspromontine hanno tentato di inserirsi nella gestione e nella distribuzione delle mele trentine». Boom, il botto è fatto, il tappo è saltato. La platea ammutolisce. Serpeggiano brividi di inquietudine. Possibile? Pure in Trentino? Il messaggio è uno sfregio alle speranze di molti. Un colpo durissimo al paese-cartolina. Il presepe è in frantumi.
I giornali locali rilanciano la notizia, lo scandalo monta. E la Procura di Trento apre un’inchiesta. Tocca ai carabinieri del Ros sentire l’autore della denuncia. Sorpresa. Al secondo giro le certezze non ci sono più, sono diventate opinioni, moniti, espedienti retorici. Lo scrittore viene ascoltato dal Ros dei carabinieri ma non è in grado di illuminare le zone d’ombra. Anzi, fa garbatamente retromarcia: «Le mie affermazioni volevano essere un monito, avere un effetto di sensibilizzazione e allarme rispetto al significato prettamente documentale e giornalistico offerto l’indomani dalla stampa locale che, fra l’altro, titolava “i mafiosi sono pure qui fa le mele del Trentino”».
Sì, lontano dalle telecamere e dai taccuini di centinaia di fan, Saviano aggiusta il tiro. E annacqua il vino della sua denuncia, consegnata agli smarriti trentini, fino a farlo sparire. Del resto, chi lavora nel settore era già uscito allo scoperto contestando il dogma dello scrittore. Michele Odorizzi, presidente di Melinda, aveva spiegato di non aver mai avuto «neppure un sentore di un pericolo di questo genere in Trentino». E Luigi Ortolina, rappresentante del Gruppo degli agenti ortofrutticoli della provincia di Trento, in una lettera aperta allo scrittore chiedeva di sapere chi fossero le «mele marce».
La soluzione è semplice. Non ci sono mele marce. Non ci sono infiltrazioni della criminalità organizzata. Non ci sono capitali sporchi in azione fra le valli trentine. Non c’è nulla. E il presepe può essere ricomposto.
L’inchiesta, aperta a tambur battente dalla procura di Trento, si chiude nel nulla. Il vuoto assoluto. «Abbiamo svolto le nostre indagini - spiega ora Dragone al Giornale - ho consultato il Ros e ho capito che non era così. Saviano ha fatto una sua valutazione politica, ma, e lo dico senza alcuna presunzione, certe infiltrazioni o certi tentativi di infiltrazione qui da noi balzano agli occhi. E invece non c’è alcun segnale che dia ragione allo scrittore». Conclusione? «Non gli abbiamo creduto o, se preferisce, abbiamo creduto alla sua ritrattazione».
Finirà allo stesso modo con la Lega? È la conclusione cui sembra arrivare in un’interrogazione il senatore della Lega Sergio Divina. Divina cuce i due episodi. Parla delle mele di Trento e di come Saviano innestò la retromarcia sconfessando «le sue spregiudicate affermazioni» estive e se la prende con il Saviano dispensatore di un «facile allarmismo», a Trento come a Milano, e capace di spacciare le «proprie convinzioni come fossero notizie appurate». Un giudizio severo che, senza voler generalizzare e cancellare i meriti di Saviano, trova conferma nelle parole del procuratore di Trento: un freno alla retorica e agli schematismi manichei che riempiono il Paese.