Bufale in malafede sul premier e il fisco

Tutti i giornali riportavano ieri in prima pagina una notizia se non falsa, almeno manipolata: Berlusconi ha aderito al condono fiscale pagando 1.800 euro e, in questo modo, ha evitato di pagare tasse per decine di milioni di euro, come ha detto l'opposizione e come si dedurrebbe dal capo di imputazione dell'ultimo processo al premier in corso a Milano.
Se fosse così ci sarebbe da fare un gran salto sulla sedia. Non tanto per lo scandalo che coinvolgerebbe il premier, ma per la stupidità di tutti quei contribuenti che hanno versato decine di migliaia di euro per sanare le loro posizioni con il fisco dal 1997 al 2002. E, infatti, è facile immaginare che il telefono di molti commercialisti ieri sia stato rovente per le telefonate di clienti imbufaliti per non aver usato il sistema utilizzato da Berlusconi.
Se, infatti, bastano 1.800 euro per evitare di pagare tasse per 65 milioni di euro (così ha scritto la Repubblica), perché un qualunque imprenditore ha pagato diecimila euro per non averne dichiarati duecentomila circa?
La verità è che non hanno sbagliato i commercialisti, ma ancora una volta la malafede dell'opposizione ha potuto contare su una stampa capace di critiche a senso unico.
I fatti sono semplici. I commercialisti di Silvio Berlusconi hanno presentato una «dichiarazione integrativa semplice», cosa molto diversa dal condono. Con la quale il contribuente rettifica la dichiarazione dei redditi e versa le tasse dovute sui maggiori redditi ammessi, con un minimo di 300 euro per ogni anno fiscale, qualora la somma dovuta in termini di tasse non pagate sia inferiore al minimo.
Il contribuente Berlusconi ha versato il minimo di 300 euro per i sei anni fiscali dal 1997 al 2002 (ed ecco perché si arriva a 1.800 euro), per cui si deduce che le somme dovute al fisco erano inferiori ai 300 euro l'anno. Il che, per un contribuente che guadagna più di 12 milioni di euro l'anno e ne paga quasi 6 di tasse non pare essere una grande evasione. Ma solo, come è, una dichiarazione presentata dai commercialisti per chiudere qualunque eventuale contestazione formale del fisco.
E se la modestissima somma non bastasse come prova, se ne può addurre un'altra, sicuramente più convincente: l'adesione al condono fiscale ha come effetto l'esclusione della punibilità per i reati fiscali e societari e per i reati strumentali all'evasione fiscale.
Il che, nel caso specifico, avrebbe significato l'impossibilità per la procura di Milano ad avviare il processo penale in cui la falsa notizia sul condono fiscale di Berlusconi è nata: in quel processo Berlusconi è accusato, appunto, di frode fiscale.
Dunque Berlusconi non ha fruito di alcun condono fiscale, non ha ottenuto benefici economici (purtroppo per lui) o giudiziari (purtroppo per noi tutti e per la democrazia italiana) e non è venuto meno all'impegno preso nel 2002 di non utilizzare a proprio vantaggio o a vantaggio delle sue imprese il condono fiscale.
Insomma la manipolazione è enorme, la distorsione in mala fede gigantesca. Per far un paragone è come se la Casa delle libertà e i giornali avessero accusato Fassino di essersi messo nelle sue tasche metà dei 50 milioni di euro che Consorte ha avuto da Gnutti solo per aver detto al telefono con l'ex-presidente di Unipol Consorte: «Portiamo a casa tutto».