La bufera sui servizi segreti nasce dall’antiamericanismo

La tormenta si è di nuovo scatenata sui Servizi Segreti. Ormai è un fenomeno ciclico e tuttavia c’è di che preoccuparsi: nel senso che il gruppo (di pressione) composto da politici e da magistrati che agisce (a scoppio ritardato) tende ad indebolire una struttura che peraltro stava funzionando egregiamente (vedi il supporto rilevantissimo da essa dato nelle vicende irachene alla coalizione colà operante a diverso titolo). La sinistra radicale vanta motivi di rivalsa nei confronti dei Servizi Segreti (il caso Calipari è solo un’eccezione che non muta il quadro di fondo), ma non si comprende quale tipo di politica possa portare a coerente supporto dell’attività degli stessi. Gli stati del «socialismo reale», perduta la loro forza propulsiva, sono in larga misura spariti dal nostro orizzonte storico. Venuto meno quel punto di riferimento, così allora comunque prestigioso, la Sinistra in genere si è distinta per un antiamericanismo deciso (salvo attenuarlo nei periodi di gestione del governo centrale) per un Terzomondismo di parata e per una forma di internazionalismo che sembra un’imitazione della politica estera dello Stato del Vaticano. Va ricordato che da poco più di cinquant’anni è sparito dalla faccia del pianeta l’internazionalismo ebraico (fatti salvi i soliti leaders progressisti e i loro velleitarismi interni alle comunità ebraiche che vivono fuori dello Stato d’Israele). Anzi, sorto quest’ultimo in circostanze drammatiche, i suoi abitanti, nonostante le più diverse provenienze (dei nonni e dei padri) hanno dato luogo ad una compattezza nazionale più unica che rara (come anche la recente crisi del Medio Oriente testimonia senza riserve). La Sinistra a suo tempo avversò ferocemente per l’Italia una soluzione di tipo gaullista, eppure era quella (come poi si è dimostrato a chiare lettere) l’unica via verso l’indipendenza (per uno Stato europeo) rispetto alla logica spartitoria delle Superpotenze.
In definitiva sembra che per la Sinistra l’Italia sia, manzonianamente, un vaso di coccio fra vasi di ferro e che non si possa far altro che barcamenarsi, oscillando con il muoversi delle onde. Tutto ciò appare in perfetta sintonia con un orizzonte che per decenni, nella cultura italiana, ebbe a cancellare l’ideale di Patria, riservandolo solo - nelle celebrazioni - al notevole esito di manifestazioni sportive. Quelle che sono avvenute nei giorni scorsi la dicono lunga, in proposito, più di tanti discorsi.
Il dopoguerra, salvo per quei pochi uomini politici italiani che volevano ritornare al periodo istituzionale prefascista (senza per questo essere necessariamente fautori della monarchia), sembra essere stato un lungo esercizio di nazionalmasochismo dal quale probabilmente, nonostante tutto, stiamo cominciando a uscire. E tuttavia, il dopoguerra, nei termini sopra citati, è l’orizzonte nel quale le forze politiche sedicenti «progressiste» vogliono continuare a mantenerci. Lo stesso accanimento, con il quale si è difesa una costituzione ormai più che invecchiata, esprime bene questo «pio» desiderio incarnato dalla sempre notevole figura di don Abbondio. Certo, chi scrive mai si sarebbe aspettato di vedere «i trinariciuti» convertirsi in un «singolare caffelatte paracattolico». È l’ironia intrinseca al carnevale della storia. I rivoluzionari si trasformano in gestori dell’esistente invecchiato. Il problema è però sempre il solito: mantenere il profilo basso, piegarsi - come le canne - alla bufera, garantisce davvero la migliore utilità ragionevolmente possibile per la propria terra? C’è da dubitarne.