Buffett, miliardario pro-tasse è un mago nel pagarne poche

<div>Si vanta di aver proposto che i super ricchi americani come lui sborsino più imposte. Nonostante questo i trucchi che usa lo salverebbero anche dalla "sua" legge</div>

«Will Buffett Avoid the Buffett Rule?» Che sarebbe: «Buffett eviterà la tassa Buffett?». Il titolo dell'autorevole Wall Street Journal è piuttosto significativo e assolutamente emblematico per raccontare una storia americana che ha i contorni (e i limiti) della burletta da strapaese.

Partiamo dall'antefatto. Da settimane Barack Obama va in giro per gli Stati dell'Unione suonando lo stesso refrain: la necessità di adottare al più presto un sistema di tassazione in base a cui i milionari dovranno pagare almeno la stessa percentuale di tasse che sborsano i contribuenti della classe media. La proposta, subito astutamente denominata dal presidente «Buffett rule», dal cognome del miliardario Warren Buffett, che spesso si è lamentato del fatto che i ricchi come lui pagano una quantità inferiore di tasse rispetto ai contribuenti della classe media, andrà ad aggiungersi al piano da 447 miliardi di dollari di nuove entrate fiscali che il presidente Obama sta promuovendo per coprire le spese a breve termine. Ma se è vero come è vero che non più tardi di un mese Buffett aveva scritto sul New York Times che lui e i suoi amici ricchi erano «stati viziati abbastanza a lungo da un Congresso amico dei miliardari» è anche vero che Warren Buffett non è proprio, come dire, l'ultimo degli sprovveduti in circolazione. Ottantadue anni, imprenditore e finanziere, soprannominato «l'oracolo di Omaha», dalla città del Nebraska che gli ha dato i natali, Warren Buffett nel 2007 e nel 2008, secondo la rivista Forbes, è stato l'uomo più ricco del mondo, mentre nel 2011, con un patrimonio stimato di 47 miliardi di dollari, giusto per ricordarlo, è stato il terzo uomo più ricco del mondo, dopo Bill Gates e il quarantesimo uomo più ricco di tutti i tempi. Solo che, nonostante la sua ricchezza, le sue proprietà, i suoi leggendari investimenti e, buon ultimo, il suo «democratico» proclama a favore di un'equa tassazione Buffett di tasse fino ad oggi ne ha pagate pochine e continuerà, dati alla mano, secondo i calcoli del Wall Street Journal, a pagarle.

Grazie ad un paio di solidi appigli: il primo è che con la sua Berkshire Hathaway, il secondo più grande riassicuratore mondiale (consolidatosi nel tempo dopo l'acquisizione di aziende sottovalutate nei più variegati settori, dai servizi all'industria, dalle assicurazioni alla biancheria, passando per società che offrono proprietà frazionata di jet privati) Buffett non ha mai, per una precisa scelta strategica, distribuito dividendi (quindi: no dividendi uguale no tasse sui dividendi). E l'altro solido appiglio che potrà consentire appunto a Warren Buffett di aggirare la «tassa Warren Buffett», come fa rimarcare ancora il popolare giornale economico americano, è la sua spiccata predisposizione alla generosità. Buffett è un generoso per natura (o forse per calcolo e convenienza). Giusto per dare un'idea nel 2006 ha donato 37 miliardi di dollari in azioni benefiche per le popolazioni del Terzo Mondo. In buona sostanza devolvere in beneficenza è una grande strategia di pianificazione fiscale, perché la legislazione americana prevede che praticamente ogni donazione a organizzazioni no profit o charities, ad enti morali come a organizzazioni amatoriali offra al contribuente (anche e soprattutto al contribuente milionario) la possibilità di detrarre sostanziali somme dalla propria dichiarazione dei redditi.

Illuminante a questo proposito la ritrosia di Buffett mostrata l'anno scorso quando la sua Berkshire Hathaway stava negoziando l'acquisizione della North Santa Fe Railway per salvaguardare i suoi azionisti da un eccessivo carico di imposte. E ancora il suo «profondo dispiacere» quando Kraft Foods, controllata in parte sempre da Berkshire, vendendo la «divisione pizza» alla Nestlè è incespicata in una tassazione di un miliardo di dollari. «È ammutolito ed è rimasto col broncio per giorni», osservarono i suoi collaboratori. A questo punto, forse sarebbe il caso di suggerire a Obama di non chiamarla più «tassa Buffett».