Buffon accolto dai fischi Totti arriva in ritardo

Il capitano della Roma bloccato da una coda. Per evitare il traffico Gattuso si presenta alle tre del mattino

nostro inviato a Firenze
«Ragazzi, siamo senza paracadute». La frase, scelta con cura da Marcello Lippi nel giorno del gran raduno, sembra improvvisata per preparare tutti gli azzurri a un volo spericolato verso Germania 2006, non a un mondiale di calcio da vivere con lo spirito allegro e scanzonato di una irripetibile sfida sportiva. «Niente sarà come nelle altre edizioni» ammonisce Gigi Riva, incrociando gli sguardi smarriti dei novizi e le facce contrite dei veterani di cento battaglie che qui si sentono in un sentiero sperduto. Si parla di avvisi di garanzia e di magistrati, di arbitri chiacchierati e di dirigenti organizzati in cupola, poco, molto poco di gol da promettere e di dediche da confezionare. «Ma da martedì dobbiamo tornare a occuparci di calcio» avverte Antonello Valentini, capo-ufficio stampa, messo in disparte dalla gestione Carraro-Mazzini, recuperato alla dignità del ruolo. E per evitare equivoci e polemiche, l’ultima, la più feroce che ancora brucia sulla pelle della Nazionale, l’intemerata di Vieri contro i giornali e i giornalisti, a Lisbona, due anni prima, ecco la trovata che diventa una specie di assicurazione sulla vita per tutti. «Registreremo ogni intervento, ogni conferenza-stampa» fa sapere il portavoce azzurro. Microfoni e telecamere puntate: tutto registrato, non si scappa.
«Ragazzi, siamo senza paracadute». L’arrivo a Coverciano, scaglionato come le famose partenze intelligenti verso il Ferragosto, si presta al rito canonico dei fischi che impallinano Buffon e qualche juventino al suo fianco, e un timido applauso che accoglie i campioni di casa, Toni, naturalmente, ma prima che faccia il giro della città la sua frase sul futuro, sulla voglia di migrare, magari all’Inter. «L’ambiente è ottimo, l’ha scoperto anche il professor Rossi» riferisce in publico Lippi e in privato si sa della cerimonia di iniziazione, la maglia azzurra col numero 10 regalata e consegnata da Cannavaro, il capitano, «a nome della squadra». Gattuso è il primo a bussare, nella notte, al portiere dell’albergo di Coverciano: spunta alle 3, un paio di ore prima dell’alba, risalendo dalla sua Calabria, per evitare di finire intrappolato nel traffico del lunedì mattina. Francesco Totti, infatti, finisce in un codone e deve farsi raccontare del primo giorno del commissario e delle prime reazioni di Lippi, i suoi occhiali appannati, per la prima volta, davanti agli azzurri.
«Siamo senza paracadute, ma dobbiamo farcela» risponde dopo colazione uno degli azzurri più ascoltati dentro il gruppo. Chiede una riunione, alla fine dell’allenamento, di quelle che possono segnare una svolta, bisogna intendersi su cosa dire e cosa fare, accettare la graticola preparata dalla stampa straniera, oppure passare oltre. «Da questa terribile storia, noi calciatori, usciamo come la parte migliore» insiste l’anonimo portavoce del club Italia ed è forse l’unica garanzia per non sfracellare al suolo di Dusselndorf, tra un paio di settimane, quando la morsa delle inchieste penali si allenterà e incalzerà la sagoma del Ghana o quella ancora più grifagna di Nedved e della Repubblica Ceca.
«Buffon non fa una piega, almeno per ora» riferiscono i rari testimoni del suo sbarco a Corverciano, tra computer e play-station, le sue passioni. Ha il fisico oltre che il temperamento da guascone, non può certo spaventarsi per una domanda insolente sulle sue scommesse milionarie, sorride e tira dritto lasciando trasparire la sua sicurezza che sfiora l’incoscienza. E dietro Buffon, Fabio Cannavaro ricorre alle espressioni dialettali più efficaci per esprimere le sue opinioni sulla materia scottante dell’inchiesta: chi lo conosce da una vita, capisce al volo che è il segno di un leggero malessere appena celato dietro una corazza di cemento armato.
Gli juventini fischiati, gli altri ignorati, Lippi che divide, qualche ragazzo che applaude, qualche altro che lancia oltre il cancello di Coverciano un bercio banale, «andate a lavorare». Così la Nazionale comincia la marcia di avvicinamento a Germania 2006 in un clima indecifrabile, sensazioni mai provate, incertezze che spuntano ogni mattina con la lettura dei giornali e delle novità sul fronte delle procure. «Ragazzi, siamo senza paracadute» ripete Lippi. E il rischio di farsi male non è affatto teorico.