Buffon, alta fedeltà: "Resto alla Juve per copiare il Milan"

Il portiere della nazionale "al 75% non lascio Torino" e chiede un tecnico dal passato bianconero. "Ho visto Maldini alzare la coppa. Ho detto ai compagni: proviamo a fare una grande impresa"

Firenze - Il cuore della Juventus, l’orgoglio del Milan e un mercato di plastica: per queste ragioni Gigi Buffon ha scelto di restare dov’è e se non ha ancora tolto l’audio alle voci che lo riguardano è perché fidarsi è bene, ma tenersi le carte per l’ultimo rilancio è ancora meglio. Aula magna di Coverciano, il portiere campione del mondo dedica un pensiero alle Far Oer («Queste partite mi innervosiscono e mi fanno più paura di quelle di cartello»)e poi sviscera un futuro che coincide sempre più con il contratto che lo lega alla Juve fino al 2011 per quasi 5 milioni a stagione.

Due numeri traducono il momento: «Ci sono 75 probabilità su cento che io resti in bianconero, fino a poco tempo fa eravamo sotto il 50%, le cose sono proprio cambiate». A che cosa sia dovuto il ribaltone, lo spiega lui stesso. «La mia paura era di non saper affrontare una stagione da comprimario, in carriera non sono stato abituato a perdere due volte di fila e non voglio cominciare ora a farlo. Per questo mi serviva un progetto ambizioso in cui credere, se mi avessero detto: guarda Gigi che lotteremo per salvarci. Beh, allora me ne sarei andato». Invece par di capire che la società abbia stimolato i nervi giusti. Con la certezza di una campagna acquisti di livello e con la partita del cuore. È successo prima dell’addio di Deschamps: Buffon si è incontrato con Blanc e Cobolli Gigli. In un’ora sotto gli occhi del portiere è sfilata la storia della Juve e la sua. «Caro Gigi – è stato il plot di quel filmato – sei uno dei tre portieri diventati campioni del mondo vestendo la maglia della Juve, sei tra i primi cinque bianconeri di tutti i tempi, vogliamo fare di te un simbolo». Che abbiano sfondato il muro dei sentimenti, lo si capisce dalle parole del numero uno azzurro: «Hanno dei progetti giusti e ambiziosi. Ora non voglio fare il prezioso e nemmeno dire che pendono dalle mie labbra, non sarebbe giusto per la storia della Juve, ma questo riavvicinamento è dovuto a sentimenti e convinzione che prima non c’erano».

Ma un’altra cosa ha convinto a Buffon a non cambiare residenza. E qui Blanc, Cobolli e compagnia centrano proprio nulla. E successo la sera del 23 maggio, appena dopo le 22,30. L’ora in cui Paolo Maldini sollevava la coppa dei campioni: quell’immagine ha preso corpo nel salotto di casa Buffon e non se ne è più andata. «Fino a 5-6 anni fa, avrei provato invidia o anche rabbia per una vittoria simile. Questa volta, invece, è scattata dentro di me una motivazione speciale. Mi ha fatto piacere per l’Italia, ma soprattutto per gente come Maldini, Pirlo, Gattuso, Inzaghi, per un gruppo che ha dimostrato di crederci sempre e grazie a questa convinzione ha vinto partendo da una posizione di inferiorità. Il loro è un trionfo morale, li stimo come campioni e vorrei eguagliarli. Perché ho capito che se vinci, ma non fai parte di un gruppo è come non aver conquistato niente». Da quella sera, Buffon si è trasformato in motivatore: «Ne ho parlato con Del Piero, Nedved e Camoranesi, il mio sogno è trionfare con questi ragazzi. Perché la Juve è la squadra in cui mi riconosco di più. Non sarò mai il Maldini bianconero, quello è Del Piero, ma potrei diventare importante per questa società. E se lo vorremo, tutti insieme, l’anno prossimo potremo fare qualcosa di veramente grande». E qui Buffon si iscrive al partito del «fu» Deschamps: «Scudetto? Le favole sono sempre di meno, qualificarci per la Champions league sarebbe il massimo».

Piccolo dettaglio, manca ancora l’allenatore. E se da Viareggio Marcello Lippi continua a respingere le smaccate avances bianconere («io non cambio idea», è la cartolina spedita dal Lungomare), Gigi Buffon detta tre pensieri. Comprende Lippi («Ci siamo visti, la questione familiare – il rinvio a giudizio del figlio per il caso Gea - è da comprendere, speriamo solo che la giustizia italiana non allunghi i tempi del procedimento...»); rispedisce in corso Galileo Ferraris l’ipotesi del traghettatore («è una patata bollente in mano ai dirigenti») e traccia il profilo dell’allenatore che verrà: «Deve avere un passato bianconero e l’abitudine a certe pressioni, dovrà essere carismatico e di primissima qualità». L’ultimo petalo da sfogliare è quello delle offerte che lo riguardano. Gira voce che non ne siano proprio arrivate: «Non è per presunzione, ma qualcuno mi ha cercato, se avessi voluto me ne sarei potuto andare». Sarà, ma l’unica autostrada davvero libera portava al Milan, ma la conferma di Dida ha annegato il progetto. Così Gigi resterà in bianconero e ora perdona anche i compagni renitenti alla leva azzurra: «Infortuni e famiglia, che viene prima della patria, sono gli unici due buoni motivi per rinunciare alla nazionale». Un anno fa di questi tempi Gigi Buffon era impelagato nel caso scommesse («Mi sembra sia passato un secolo da quell’uragano, se sono arrivato a questo punto un po’ me lo merito»), ora è ancora qui, Aula magna di Coverciano. Lui, sì.