Buffon va all’attacco dei fischi: «Con l’azzurro esigo gli applausi»

Franco Ordine

da Roma

Ci sono tre questioni, dentro le viscere della Nazionale, che cementano gli umori degli azzurri e dividono i fronti. Buffon le racchiude tutte e tre e le spiega, le svolge, le riannoda nel giorno in cui, finalmente, l’Italia dei bravi ragazzi del muro di Berlino può godersi una domenica di sole in santa pace e tre punti che servono al futuro e al girone europeo. Buffon è uno dei pochi a parlare anche perché quando lo fa, provoca più di una discussione. Come l’intemerata di sabato notte sulla curva romanista dell’Olimpico. Buffon affronta le tre questioni e per ciascuna fornisce una risposta che non è solo una bella provocazione giornalistica. Una, la prima, è fin troppo evidente: attiene alla solidarietà, mai di facciata, autentica e sincera, espressa nei confronti di Roberto Donadoni il ct che conta su uno spogliatoio schierato a proprio sostegno. Non capita spesso e qualcosa vorrà pur dire. Sul punto bastano le parole di Gianluigi Buffon, mandrake sabato notte all’Olimpico, per capire la molla e leggere meglio le dediche tenerissime pronunciate a botta calda. «Volevano trasformarlo in un capro espiatorio, noi abbiamo dato un segnale di vicinanza, spero sia stato apprezzato», esprime a botta fredda. La seconda questione è quella dell’accoglienza, i fischi dell’Olimpico cioè, difficile da condividere.
E allora Buffon prende per mano i cronisti e riparte dalle sue frasi di sabato notte. «Non ho mai detto che all’Olimpico ci sono stati fischi, conosco bene l’atteggiamento teatrale delle curve e so anche che quello stadio se vuole darti una mano te la dà, sa trasformarsi in un uomo in più», la premessa che sembra sbarcare da un’altra parte, su un territorio diverso e molto più minato del solito. «Il primo coro è arrivato al 28’ del primo tempo, io a certi particolari sono attento», incalza e qui non può passare per un cronometrista scrupoloso delle reazioni del pubblico, portare la contabilità dei fischi e degli incoraggiamenti non è compito di un portiere. «Il problema è molto più ampio e riguarda il fenomeno in generale: se la Nazionale va in Puglia se la prendono con la federcalcio, se vai in Toscana, magari a Livorno, c’è una discriminante ideologica, sinistra contro destra che contamina il clima, se vai in Friuli vorrebbero magari 7 convocati dell’Udinese. Prima di arrivare a Roma io ho ascoltato i dibattiti: e qui non c’era solo la discussione sul numero 10 da togliere a tizio e da dare a caio, c’era il timore della reazione dei laziali per via della penalizzazione. La mia conclusione è la seguente: quando c’è di mezzo il tricolore, bisognerebbe riscuotere applausi e consensi ovunque», è la sua conclusione che sa quasi di discorso patriottico pronunciato tutto di un fiato e all’improvviso nel giorno in cui non c’è una sconfitta da cancellare ma qualche prodezza personale da celebrare.
E qui Buffon cede il passo alla terza questione che riguarda il suo futuro e il suo rapporto con la Juve, continuamente inframmezzato da notizie di presunti vertici di mercato. «Ti vuole il Milan...», gli ricordano e Gigi che è uno specchio risponde al volo così: «Ma va, io sono tranquillo alla Juve, più tranquillo di così si muore». Come per dire: argomento chiuso. Almeno fino al prossimo rientro nella categoria di riferimento. Che è poi la serie A e per la quale lui, Buffon, non intende chiedere sconto alcuno. «Arbitrato? Non so niente, tanto noi comunque vinciamo lo stesso, sul campo, il campionato», sentenzia e chiude anche la porta agli spifferi polemici. La chiusura vera e propria è sul Pallone d’oro, prossimo tormentone. Chi lo vince? «Io sono arrivato al massimo quindicesimo, vale più un gol in una finale che cento parate. Sarebbe giusto se il riconoscimento finisse a un italiano. Dipendesse da me io voterei uno tra Cannavaro, Pirlo e Gattuso», è la sua scelta. E da Borrelli quando vai?, gli chiedono a tradimento. «Ho chiesto notizie a Riva, neanche lui sa molto, mi presenterò spontaneamente», scherza. Forse è tornato il Buffon che ci piace di più.