La bugia che salvò la carriera di Amato

Alla faccia del ricambio generazionale: qui per leggere interviste quasi memorabili tocca rivolgersi a un ottantunenne come Rino Formica, ex ministro delle Finanze e socialista mai ex, intervistato ieri sia dal Corriere che dalla Stampa. Be’, in due pagine e mezzo non c’era una riga ridondante. Il primo titolo si soffermava sulla questione morale a sinistra e recitava «Però nel ’92 Luciano e Walter tacevano», riferito a quando Violante e Veltroni soffiavano sul fuoco di Mani pulite nella speranza che travolgesse solo Psi e Dc, cosa che in parte avvenne.

Fisiologica dunque la citazione del celeberrimo discorso di Craxi alla Camera, «quando Bettino pose il problema, distinse le responsabilità individuali da colpire da quelle del sistema politico che sapeva e aveva accettato, e tutti rimasero zitti, i Veltroni, i D’Alema e i Violante stavano tutti lì, ma dov’erano?». Ricordiamo che quel discorso, tradotto dagli ebeti come «tutti colpevoli, nessun colpevole», fu pronunciato nel luglio 1992 (poi ripreso nell’aprile 1993) e fu il primo e il solo, sei mesi prima che Craxi fosse inquisito, a denunciare che il finanziamento dei partiti era «illegale» e che si era diffusa una rete di «corruttele» che «spesso confinano con il racket malavitoso».

Ma le parole di Craxi furono usate nel testo del primo avviso di garanzia che gli spedirono sei mesi dopo, mentre il Pds, intanto, spiegava che non c’era nessuna crisi di sistema perché i socialisti semplicemente rubavano. Non solo. Fu Craxi, ricorda ancora Formica, ad accogliere il Pci di Achille Occhetto in quell’Internazionale socialista da cui paradossalmente Occhetto poi lo cacciò: anche se Formica ricorda una lettera di Fassino, che supplicava Craxi, che a noi risulta invece esser stata di Occhetto in data 5 agosto 1992.

Facezie. Più interessante, sulla Stampa, qualche particolare salace che se possibile riesce ulteriormente a rimpicciolire la figura di Giuliano Amato, rivelando un retroscena ignoto ai più e noto ai meno circa il famoso «poker» su Di Pietro che Craxi stringeva in mano nel tardo agosto 1992. Formica non racconta dei penosi e reiterati annunci di Amato di dipartita dalla politica: 1992, 1993, 1994, 2007 e finalmente 2008; non menziona la spettacolare ingratitudine di un uomo che pure fu imposto da Craxi come parlamentare, sottosegretario, ministro, vicesegretario, vicepresidente e presidente del Consiglio, questo sempre al riparo da ogni necessità di raccattare il cosiddetto consenso popolare; Formica non racconta neppure di quando Amato, dopo i primi avvisi di garanzia, mollò completamente Craxi spingendosi a non nominarlo praticamente mai, se non per sostenere, da Londra, che fosse un uomo finito; e neppure si spreca, Formica, per ricordare che Amato non andò da Craxi a Hammamet neanche nel giorno dei suoi funerali.

Formica dice, più secco, che «Amato è un manipolatore della storia. È anche l’unico socialista che viene utilizzato a intermittenza e a rate del Pd. Sai perché? Perché tutti sanno che nel Psi Amato contava meno del due di briscola». Se non imposto da Craxi, cioè. Dopodiché, ribattezzato soavemente come «bugiardo» Giuliano Amato, anzi «ingaggiato, un professionista, praticamente un tassista», ecco partire il racconto sul famoso poker. Nota: il 26 agosto 1992 fu proprio Rino Formica, al termine di una riunione nella Segreteria socialista di via del Corso, a improvvisare quella battuta mentre si chiudevano le porticine dell’ascensore: «Craxi ha in mano un poker, anzi una scala reale contro Di Pietro. Si tratta di cose precise e serie».

Ecco: l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, pur presente ufficialmente alla riunione, disse pavidamente che lui non c’era. La spiegazione ufficiale è che si era assentato per andare in bagno proprio quando si era parlato di Di Pietro. Ridicolo, certo, ma mai smentito. Provvede Formica: «Amato c’era. Intervenne proprio su come fronteggiare Di Pietro. Il giorno dopo Scalfari scrisse un violentissimo attacco ad Amato perché aveva partecipato pur essendo presidente del Consiglio. Amato mi telefonò: “Devo fare una smentita. Dirò che non ho partecipato quando si è parlato di Di Pietro”. Mi disse: “Sei l’unico che può rompermi i coglioni, posso fare questa dichiarazione?”. Gli dissi: “Falla”». Manca il tempo di spiegare, ora, che il poker di Craxi non era per niente un bluff.

Tutti gli assi (Mercedes svendute, frequentazioni, prestiti eccetera) verranno calati negli anni successivi e contribuiranno alle dimissioni di Antonio Di Pietro dalla magistratura, come riconosciuto dalle sentenze bresciane. Altra storia. O, forse, sempre la stessa.