Bugia continua

«Si firmino Brigate Rosse piuttosto che nere, inneggino al concetto di popolo piuttosto che a quello di patria, una cosa è certa: se proprio non sono fascisti, sicuramente lavorano per loro», editoriale del Tempo Illustrato, dicembre 1973. Paese Sera a firma Giulio Gorla: «Il colpo (rapimento Amerio, nda) è da ricollegare direttamente alla "trama nera": su questo fondamento tutto diventa chiaro e plausibile». Febbraio 1974, l'Avanti!: «...al fondo di tutto vi è la provocazione fascista». Le Br rapiscono Sossi. Giorgio Bocca: «...noi siamo convinti che l'azione sia stata fatta dai servizi segreti per aiutare la Dc di Fanfani in una vigilia elettorale». Il Manifesto: «I provocatori fascisti che hanno rapito Sossi...». Le Br uccidono a Padova e rivendicano: «...I due fascisti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati». «Regolamenti di conti fra neofascisti», titola tutta la stampa di sinistra.
La Grande Bugia, Giampaolo Pansa l'aveva già svelata vent'anni fa pubblicando Carte false (Rizzoli ed.). E anche in quell'occasione s'era scontrato con l'ottusa, criminale, avversione dei Bocca che per anni ancora seppelliranno una realtà che ben conoscevano e di cui erano autori sotterranei.
La Grande Bugia si appiccica ai nuovi massacratori: non possono essere che fascisti. I comunisti hanno sempre e solo «fatto giustizia». Perfino lo scempio di piazzale Loreto «se lo sono voluto loro». Ma, «i fatti sono testardi» ripeteva Lenin. I fatti riemergono con ostinazione e si affidano ai Solgenicyn, ai Furet, alle Hanna Arendt, ai Pansa. Guai a loro. Il revisionismo, dovere degli storici e degli studiosi, diventa il più efferato dei crimini. «Hanna Arendt è nazista?» titolerà Le Figaro, all'uscita della «Banalità del male» che documentava (come già Hilberg) il collaborazionismo ebreo al nazismo. Su loro si scatena il livore feroce di chi ha mentito per decenni. Ha fatto della menzogna cultura, potere, storia. E su questa falsa storia s'è stravaccato stilando liste di proscrizione e derubando lo Stato. Ma il crimine maggiore l'ha subito il popolo. Un popolo che nella sua stragrande maggioranza e in tutte le sue categorie aveva aderito al fascismo, ne aveva condiviso i successi e le sconfitte, le conquiste e i delitti. Un popolo che andava guidato a riconoscere il proprio passato e ad assumersene la responsabilità in un clima nuovo di pacificazione e di storia condivisa.
Un clima che persino il feroce Togliatti aveva tentato di abbozzare con l'amnistia (e per questo fu, ed è, aggredito ancora oggi dai duri e puri alla Luzzato). Un popolo che mai vide nascere uno stato democratico, ma solo uno Stato antifascista. E ancora oggi si trascina in un cimitero di verità sepolte, tra becchini inumani che vedono traballare gli alibi che li assolvono dai loro crimini, le «certezze» che garantiscono il loro potere. Non tutti. A rileggere con cura Bobbio, un forte tentativo c'era stato (anche quello bestemmiato), e infine Pansa. Non perdiamo quest'ultima occasione per uscire da quel cimitero in cui è stata sepolta anche la nostra struttura morale.