LE BUGIE DEI SIGNOR NO

Vediamo un po’ di riepilogare. Se oggi o domani gli elettori tracciano una croce sul Sì, rischiano di metterne una anche sulla democrazia di questo impacciato Paese. Votando Sì al quesito referendario gli italiani danno un colpo di piccone all’unità d’Italia. Infine, la vittoria del Sì impedirà all’Unione di varare i cambiamenti di cui l’Italia ha bisogno, che – non servirebbe neppure precisarlo – sono quelli che solo il centrosinistra può tenere a battesimo.
In sintesi queste sono le argomentazioni usate dai paladini del No per convincere gli elettori a cancellare la riforma voluta dal governo Berlusconi. Naturalmente si tratta di tesi strumentali, che hanno come solo obiettivo l’affossamento dell’unica revisione della Costituzione che sia stata portata a compimento in mezzo secolo. Di modifiche alla Carta su cui si fonda la Repubblica si discute praticamente da sempre, ma le innovazioni a un testo nato vecchio, e frutto di un compromesso, sono sempre naufragate tra i veti delle opposte fazioni.
Per annullare i cambiamenti, Oscar Luigi Scalfaro, Umberto Eco e altri pensatori democratici in servizio permanente, hanno evocato in questi giorni il pericolo di una dittatura. I poteri attribuiti al premier sono troppi, dicono; si rischia di farne un duce, che può sciogliere a suo piacimento il Parlamento; in nessun Paese al mondo il capo del governo dispone di simili prerogative.
In realtà nessuna tirannide è alle viste e dire che solo noi avremmo un presidente del Consiglio che può mandare a casa il Parlamento, impedendo i ribaltoni, è una sciocchezza da ufficio propaganda. Basta rileggere ciò che il senatore diessino Cesare Salvi, esperto di meccanismi parlamentari, disse nel 1997, quando propose una riforma analoga col beneplacito del suo capo Massimo D’Alema, all’epoca presidente della Bicamerale. «Non credo», sostenne Salvi, «che si possa ritenere che in tutto il resto del mondo dove questi meccanismi sono previsti ci sia una situazione di anomalia politica, istituzionale, costituzionale e democratica». Nel 1997, siccome a voler rafforzare i poteri del premier era la sinistra, il provvedimento era perfettamente legittimo e in linea con i Paesi più avanzati. Ora che lo vuole il centrodestra, la modifica prefigurerebbe una dittatura. Ridicolo.
Un’altra barzelletta è quella secondo cui la devoluzione porterebbe alla dissoluzione del Paese. La parte federalista mette solo ordine nei pasticci combinati dal centrosinistra nel 2001, quando varò in fretta e furia una legge al fine di scongiurare l’alleanza tra Polo e Lega. Lo Stato si riprende la potestà su energia e opere di interesse nazionale, in cambio cede alle Regioni l’organizzazione della sanità, della scuola e della polizia regionale. Scalfaro e compagni spaventano gli italiani facendo credere che i malati della Calabria non potranno più andare a curarsi in Lombardia e a Milano si insegnerà il lombardo mentre a Catania il siciliano. Cialtronerie. In un confronto televisivo, Claudio Burlando, governatore diessino della Liguria, ha dovuto ammettere che su sanità e scuola in fondo non c’è alcun stravolgimento e s’è dichiarato sostanzialmente d’accordo, esprimendo solo qualche tenue perplessità sulla polizia regionale. Dunque, dov’è la dissolution?
Ultima bugia. A sinistra dicono che va cancellata la riforma del centrodestra, che prevede una diminuzione di 175 parlamentari. «Ridurremo noi il numero di deputati e senatori», spiegano Romano Prodi, Luciano Violante, Pierluigi Castagnetti, «e taglieremo di più e prima». Alla mia domanda: «Non sarebbe meglio dire sì a quella che già c’è e poi, semmai, migliorarla?», tutti hanno replicato in coro: «No. Come si fa a cambiare una legge che il popolo ha approvato?». Già, come si fa? «Se vince il Sì», ho chiesto, «significa dunque che il centrosinistra non toccherà la legge?». La risposta è stata così eloquente da convincermi: «No, se passa la riforma sbagliata la miglioreremo».
Ovvero: la volontà popolare va rispettata, ma solo se coincide con le idee dei signori del No. Qualcuno dirà: è la democrazia, bellezza. No, è solo la bugia.