LE BUGIE SULL’ISLAM

Maometto non ha dato una visione oscurantista della religione. Ma ci sono suoi seguaci che manipolano il messaggio del profeta

Marcello Foa

Vogliono tornare alle origini dell’Islam, seguendo alla lettera i precetti indicati da Maometto. Non accettano la democrazia e la libertà, pretendono l’instaurazione dello Stato islamico e l’applicazione, rigorosa, della Sharia. Pensano che le donne siano inferiori agli uomini e che tra i doveri dei musulmani, schiavi di Allah, rientri quello di combattere gli infedeli. Sono persuasi che questa sia la Via indicata dal Profeta. Ma è davvero così? Davvero Maometto proponeva una visione oscurantista e intollerante della religione?
Diversi teologi, pensatori e storici dell’Islam oggi rispondono di no e dimostrano come molte delle convinzioni musulmane più radicate traggano origine da falsi miti e da interpretazioni parziali o arbitrarie. Sono persuasi che l’essenza dei problemi dell’Islam derivino non dal messaggio di Maometto in sé, ma dal fatto che esso sia stato applicato in modo fuorviante, perseguendo interessi politici, logiche di potere e necessità sociali che nulla hanno a che vedere con la fede. Sono persuasi che, nella storia dei musulmani, la religione sia stata usata prevalentemente quale strumento di legittimazione a governare, anziché quale fonte di elevazione individuale, come auspicava lo stesso Maometto. Il loro è un discorso articolato, frutto di studi decennali; di seguito esaminiamo dieci delle credenze più diffuse tra gli integralisti.
A «Islam significa rassegnazione e sottomissione».
«Submission» era il titolo del film di Theo van Gogh, il regista olandese assassinato da un fondamentalista. Ma, come spiega uno dei più grandi arabisti europei, Sergio Noja Noseda, la parola Islam vuol dire donare se stesso alla volontà di Dio, mentre per l’espressione che spesso le viene attribuita, quella di rassegnazione fiduciosa, esiste un altro vocabolo. Musulmano non significa «sottomesso» ma «oblato», ovvero di colui che segue le regole di un ordine religioso.
B «Il Corano impone la creazione di uno Stato islamico».
È l’ossessione dei fondamentalisti islamici. Eppure Maometto, sebbene sia stato il capo supremo dei primi musulmani e, nell’era di Medina, abbia indicato le tre regole che regolavano la vita comunitaria (solidarietà di tutti i membri, sostegno al capo, decisioni con il consenso), non accenna mai alla creazione di uno Stato islamico. L’ex ministro dell’Istruzione tunisino Mohamed Charfi spiega che il Corano non fornisce alcuna indicazione, né allude alle modalità per designare i governanti né di controllarli e di destituirli. Anzi, nell’unico versetto che affronta indirettamente questo aspetto, Maometto distingue chiaramente l’obbedienza al Profeta da quella all’emiro, al governatore civile o militare (ovvero all’epoca ai capi tribù convertiti all’Islam). Il versetto 59 del Capitolo IV recita infatti: «Credenti! Obbedite a Dio, obbedite al profeta e a coloro tra voi che esercitano l’autorità». La sottomissione a Dio e al Profeta ha chiaramente una connotazione religiosa, mentre quella ai governi è consigliata per evitare l’anarchia. Di certo Maometto era interessato a diffondere il Messaggio religioso, non a esercitare il potere temporale.
C «Fu Maometto a volere la creazione del califfato».
Fino al 1924 il califfo era il leader dei credenti e, al tempo stesso, la massima autorità politica, una sorta di imperatore musulmano. Oggi il califfato non esiste più, ma nei testi scolastici continua a essere esaltato ed è rimpianto dai fondamentalisti. Tuttavia nel Corano si indicano come califfi solo due figure bibliche, Adamo e Davide. Lo stesso Maometto non si è mai presentato come califfo, non si è mai attribuito il titolo di re o emiro, né ha indicato che i suoi successori dovessero essere considerati tali. A dire il vero - citiamo ancora Mohammed Charfi - non ha mai indicato che ci dovessero essere degli eredi, forse perché riteneva che il suo potere dovesse cessare con la sua scomparsa.
Il titolo di califfo venne introdotto dopo la morte del Profeta da coloro che si arrogarono il diritto di continuarne l’opera. Dapprima da Abu Bakr e poi da Omar e da Uthmar, che con il tempo ne sacralizzarono la valenza, nel senso di «colui che prende il posto» del profeta e infine di «califfo di Dio», «luce di Dio», «ombra di Dio». Le loro intenzioni non erano religiose, bensì squisitamente politiche: in un’epoca di furibonde rivalità tribali, l’affiliazione divina era necessaria per legittimare il proprio potere e reprimere ogni forma di opposizione.
D «I musulmani sono obbligati a condurre la Guerra Santa (Jihad) e dunque a diffondere la fede con la forza»
Dall’11 settembre la parola «Jihad» terrorizza gli occidentali e Bin Laden non perde occasione per invitare i musulmani a combattere gli infedeli ovunque nel mondo. Il teologo Hmida Ennaife, docente all’Università Zitouna di Tunisi, però, non ha dubbi al riguardo: Maometto parla di Jihad solo durante la seconda fase della sua predicazione, quella di Medina, quando era stato costretto ad abbandonare la sua città natale, la Mecca, ma la giustifica quale strumento di autodifesa e in particolari circostanze storiche. Il ricorso alla forza è lecito solo di fronte a regimi oppressivi che rifiutano la libertà di fede o quando i musulmani sono aggrediti e perseguitati. Il Corano dà alla parola Jihad anche una valenza intima, morale: la guerra santa rivolta non contro altre persone, ma contro se stessi per combattere le proprie debolezze.
E «Il Corano sancisce la superiorità dell’Islam sulle altre religioni».
Non c’è dubbio che nei Paesi islamici la tolleranza religiosa oggi sia perlomeno precaria. Ma, secondo il teologo Ennaifer, il Corano insiste su tre punti: responsabilizzare l’individuo e la comunità, essere all’ascolto della rivelazione e del mondo esterno, rispettare le altre religioni monoteiste. Il versetto 69 del capitolo V recita: «Coloro che credono (i musulmani), gli ebrei, i cristiani, tutti coloro che credono in Dio e al Giorno del giudizio non dovranno temere nulla e non saranno perseguitati». E lo studioso tunisino Abdelmajid Charfi spiega come più volte nel Corano il Profeta ricordi ai suoi interlocutori di «non portare alcuna novità», ma di «seguire la via dei profeti, quelli del popolo di Israele, a cominciare da Abramo». Maometto sostiene che il suo messaggio conferma e aggiorna quelli precedenti, di cui non rivendica mai l’abrogazione.
F «Dio punisce chi abbandona l’Islam».
Per un musulmano questa è l’accusa più grave (Salman Rushdie fu condannato a morte per apostasia), ma le intenzioni di Maometto erano assai diverse: «In religione nessuna costrizione» (versetto 256, capitolo II). Un’indicazione, come ricorda Mohammed Charfi, resa esplicita dal versetto 29 del capitolo XVIII: «La verità è quella che emana dal vostro Signore: crederà chi vorrà, la rinnegherà chi vorrà». Infine, il versetto 99 del capitolo X: «Se Dio lo avesse voluto, tutto l’universo abbraccerebbe la vera fede. Vorresti costringere gli uomini a convertirsi?». Il ruolo di Maometto è di «indicare agli uomini il cammino del Signore con saggezza e dolce esortazione», «di trasmettere il messaggio di Dio», ma «senza costringere alla fede»: «Chiunque segua la retta via lo farà a suo beneficio, chiunque se ne allontani lo farà a suo detrimento». Maometto stesso dice, rivolto ai fedeli: «Non posso rispondere della vostra salvezza». La sua predicazione non pretendeva l’obbedienza, ma si proponeva di far nascere la fede, quale scelta individuale e consapevole e per questo rinnegabile.
G «Il velo è il simbolo dell’Islam ed è obbligatorio per le musulmane».
Il velo, spiega la studiosa Latifa Lakhdar, non è stato introdotto da Maometto. Si trattava di una consuetudine risalente ai romani nell’era di Bisanzio, che a loro volta lo avevano copiato dall’Antica Grecia e che infine era stato adottato anche dalle tribù beduine. «Erano società misogine e gli uomini vedevano nel velo un modo per proteggere gelosamente la propria donna dagli sguardi altrui», spiega la Lakhdar. «Generalmente serviva a distinguere l’origine sociale delle donne. In epoca greco-romana lo portavano le donne facoltose per distinguersi dalle popolane; nella penisola arabica serviva a distinguere le donne sposate dalle prostitute e dalle schiave». Era un foulard da portare sul capo, sulle spalle e sul petto.
In un versetto Maometto invita le donne della sua comunità a portarlo «per evitare di essere offese per strada»; dunque il velo quale segno distintivo e di protezione. In un altro, citiamo Abdelmajid Charfi, le invita «a calare il panno sul petto», per evitare di mostrare il seno; anche in questo caso è un segno di discrezione e di pudore, in linea con i costumi dell’epoca. Mai il Corano conferisce valenza religiosa al velo.
H «La Shaaria è divina e immutabile, deve essere applicata con la massima severità».
Innanzitutto: la Shaaria è la legge di Dio, composta dal Corano, che racchiude il messaggio divino trasmesso a Maometto dall’arcangelo Gabriele, e dalla Sunna, ovvero i detti e gli atti del Profeta trasmessi negli hadith (i racconti). È infallibile? Secondo gli ulema, i giuristi coranici, che nel corso dei secoli l’hanno interpretata, sì, proprio perché divina. Eppure non sempre le loro indicazioni appaiono congrue. Ad esempio, una delle pene più crudeli, la lapidazione degli adulteri, poggia su una fonte della Sunna considerata dubbia. E quando, a Kabul, i talebani invitavano, in nome di Allah e di Maometto, ad applicare la pena usando «pietre piccole per prolungare la sofferenza» del peccatore, attribuivano ad Allah e Maometto intenzioni che costoro non hanno mai manifestato.
Come rileva Mohamed Charfi, il Corano codifica le pene solo per cinque reati (gli hadud): il brigantaggio, il furto, la calunnia nei confronti di una donna, l’adulterio e, infine, l’omicidio, le botte e le ferite, questi ultimi sanzionati secondo la legge del taglione. Erano pene severe? Senza dubbio, ad esempio, amputare la mano al ladro o infliggere cento frustate all’adultero. Ma l’espressione had significa limite, dunque pena massima. E rispetto alle consuetudini delle tribù saudite dell’epoca, Maometto si distingueva non per la sua brutalità, ma per la sua tolleranza. Numerosi sono i versetti del Corano in cui ricorda che «chiunque, dopo essere stato ingiusto, si penta e faccia ammenda, non debba essere più disturbato», perché «Dio è clemente e misericordioso». Il Profeta non sollecita l’intransigenza dogmatica, ma una valutazione basata sull’autenticità del pentimento dell’autore del reato e sul senso di equità di chi è chiamato a giudicare. Riguardo gli adulteri, ad esempio, Maometto indicava che era possibile comminare pene diverse, ad esempio anche solo 5 frustate, o, in alternativa, il pagamento di un’ammenda o l’allontanamento dalla comunità. Una gradualità negata dai fondamentalisti e trascurata dalla tradizione.
I «Il vero imam deve portare la barba incolta».
La figura è ormai radicata nell’immaginario collettivo, ma il Corano non impone agli uomini la barba lunga, né i baffi, né il turbante. In generale non attribuisce alcuna valenza religiosa all’abbigliamento maschile o femminile. E non menziona il burka, la tunica che copre interamente il corpo, nascondendo il volto e gli occhi della donna. Invenzione dei talebani, non certo di Dio.
J «Il rispetto del Ramadan è assoluto».
Il mese del digiuno, dall’aurora al tramonto, è uno dei pilastri dell’Islam. Secondo la tradizione ne sono esentati solo i bambini, i malati, le donne incinta e chi è in viaggio. Ma Maometto ricordava che «Dio vuole agevolare e non ostacolare il rispetto dei doveri», pertanto il Corano prevede che «coloro che, pur potendo osservare il digiuno, lo rompono, possano riscattarsi dando da mangiare per un giorno almeno a un povero». Anche di questa disposizione non c’è traccia nelle consuetudini musulmane. A onor del vero non è l’unica dimenticanza. Come osserva Abdelmajid Charfi, il Corano è composto da seimila versetti, ma la tradizione islamica ne considera solo seicento: gli altri 5.400 esistono solo sulla carta.
marcello.foa@ilgiornale.it