Bugie, veleni e «corvi» per infangare il procuratore di Bari


Le lettere anonime recapitate al Csm solitamente fanno una brutta fine: cestinate. A meno che il destinatario delle accuse non sia un magistrato sul quale si addensano dubbi e sospetti relativi a presunte attività tese a favorire il presidente del Consiglio. Il caso del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, è da manuale. Non tutti sanno che a palazzo dei Marescialli proprio da un anonimo ci si è mossi per aprire un fascicolo a suo nome nel quale è confluito, magicamente, anche il successivo esposto firmato dal pm Scelsi, titolare iniziale dell’inchiesta Tarantini-D’Addario, che ha accusato Laudati di aver insabbiato l’inchiesta e rallentato il deposito dell’informativa della finanza sulle telefonate a luci rosse del premier. A questo si aggiunge l’offensiva scatenata dalla procura di Napoli che ha «costretto» Lecce a indagare sul responsabile dell’ufficio barese sulla base delle intercettazioni fra Lavitola e Tarantini.
L’esposto anonimo ha trovato sponda nella Prima commissione del Csm dove siede l’ex pm e collega barese di Scelsi, Roberto Rossi, che per primo indagò su Tarantini ma la cui inchiesta venne «dimenticata» per cinque anni, salvo riemergere dopo le dichiarazioni della D’Addario. Nelle otto pagine del documento senza firma il «corvo» oltre a raccontare che Laudati avrebbe creato un database sulle intercettazioni, che avrebbe «sponsorizzato» un convegno finanziato per 100mila euro da Vendola che era indagato (accusa questa già accantonata) che avrebbe gestito in modo poco trasparente uomini della Gdf della sua segreteria, scrive che il procuratore, per i suoi sporchi comodi, viene trattato in guanti bianchi proprio da questi fidatissimi investigatori. In particolare annota che Laudati ha avuto a disposizione alloggi speciali e «un intero piano del Polifunzionale della guardia di finanza di Bari». Un luogo comodo, ampio e riservato «dove «il signor procuratore gratuitamente alloggia e dove stiva illegalmente, con la complicità dei dirigenti di quel complesso, tonnellate di atti con un esercito di addetti agli stessi». Atti da utilizzare per «dossieraggi a carico di indagati, di politici, forze dell’ordine, e suoi colleghi».
Una delle fotografie recuperate dal Giornale e qui pubblicate dimostra che l’«intero piano» riservato al procuratore dalla Finanza «amica» (che, ricordiamo, secondo il pm Scelsi avrebbe in qualche modo concorso con il procuratore a depositare in ritardo le intercettazioni shock) corrisponde in realtà a una sola stanzetta, minuscola, di appena 28 metri quadrati, bagno incluso. Un documento di tal fattura non può non rifarsi al «nuovo corso» inaugurato da Laudati, nel mirino sin dal giorno del suo insediamento per aver stoppato le continue fughe di notizie e per aver disposto, nelle inchieste più delicate, la creazione di pool di tre magistrati «essendo convinto dell’impersonalità e dell’imparzialità del ruolo che ricopriamo». Per l’inchiesta su Tarantini ed escort, al pm Scelsi il procuratore capo ha così affiancato i colleghi Pontassuglia e Angelillis, che nulla hanno avuto da ridire sui tempi del deposito dell’informativa sulle telefonate col premier, men che meno sul «sollecito» alla guardia di finanza firmato dal solo Scelsi. Il pm Pontassuglia, e non Laudati, custodisce le carte scottanti in cassaforte. È lei che ha deciso tempi e iter della conclusione delle indagini. Nonostante ciò il fuoco incrociato resta sul procuratore capo, «mascariato» da alcune ricostruzioni sui colloqui fra Gianpi e Lavitola. Il primo, a verbale, ha poi confessato di aver «millantato su Laudati» per «mettere ansia a Lavitola» e convincerlo a fargli incontrare il premier. Laudati, da parte sua, ha ammesso d’aver incontrato gli avvocati di Tarantini ma come gli stessi legali confermano a verbale, mai si è parlato dell’inchiesta in corso e gli stessi fatti oggetto d’intercettazione, per Laudati, «sono facilmente smentibili». Quanto alla presunta attività del capo della procura di archiviare l’inchiesta va detto che quando Laudati mette piede a Bari, Tarantini è un «libero» indagato che stando a quel che racconta ai magistrati di Napoli, ha fatto un accordo col pm Scelsi (confessione piena per evitare la galera). Tarantini parla ma viene arrestato lo stesso. Non lo arresta Scelsi. Lo arresta Laudati, l’«insabbiatore» in toga che fabbrica dossier in 28 metri quadri.