Bugo, outsider fra risaie e New Delhi

Forse sì, puoi provarci. Ma tanto non ci riesci: Bugo è inarrestabile, non si ferma neanche un po’ e chissenefrega di tutto il resto: lui canta a modo suo la musica che vuole e, pian piano, il pubblico si allarga sottotraccia, senza far troppo rumore. «Sono uno che ha tanta paura ma che cerca di superarla»: ecco chi è. Solo all’apparenza. Bugo, che in realtà si chiama Cristian Bugatti, ha trentott’anni e si è svezzato nel novarese pieno di risaie e zanzare, è un fuoricorso per forza perché ha pregi e difetti inimitabili, non rispetta scadenze, vagamente è sul solco di Rino Gaetano ma è più british e scrive rime di cronaca feroce come il «Non ho tempo per cenare, posso solo assaggiare» della nuova Non ho tempo, un manifesto sincero e spietato di questi anni. Il re degli outsider. «Ero stanco di graffiare, adesso mi guardo dentro» spiega parlando del nuovo disco che ha il favoloso titolo Nuovi rimedi per la miopia. Vediamo male. Ma c’è una via d’uscita. Forse. Per lui di sicuro sì, visto che è inarrestabile. Magari dipende dal carattere perché, come spiega, «sono esuberante per combattere la timidezza». E difatti, come un Forrest Gump alternativo, è in marcia coast to coast da quasi due decenni. «Per quattro o cinque anni, tra la fine dei Novanta e il Duemila, ho girato l’Italia con la chitarra, suonavo ovunque, spesso senza guadagnare perché in cambio mi davano solo da mangiare».
Sporca gavetta.
«Una volta, a Galatone in provincia di Lecce, stavo cenando prima del concerto quando, poco lontano, hanno ucciso un tizio a martellate sulla testa. Un lago di sangue. Ero terrorizzato. Poco dopo è arrivato il proprietario del locale a dirmi “dai Bugo, forza, si suona”. In platea ci saranno state 15 o 20 persone. Per farmi forza, ho bevuto due whisky e ho iniziato». Gli sarà capitato spesso di farsi forza. Come quando ha firmato per la major Universal nel 2002, praticamente un reato per chiunque voglia conservare una sorta di verginità agli occhi di certa critica musicale e degli oltranzisti dell’indie. Ma ha impiegato poco a convincere anche gli snob: sfornando un disco migliore dell’altro. E anche l’ultimo conferma tutto, anzi di più: forse è il suo più completo, alla faccia di tutti. Forse anche per merito del produttore Saverio Lanza, sono state limate certe spigolosità quasi adolescenziali, gli arrangiamenti sono imprevedibili e una canzone dopo l’altra non cala mai la tensione specialmente se, come nel caso de La salita, la musica veste le parole come dovrebbe sempre succedere (e grande il giro di chitarra!). Perciò dal vivo, quando inizierà il tour a Brescia il 21 ottobre (sarà ai Magazzini di Milano il 10 dicembre), sul palco arriverà un nomade che non ha mezze misure. Sempre. Al punto che dall’agosto dell’anno scorso, lui così sedicente pauroso, vive a New Delhi, nell’India più feroce, solo per amore: «Non è una fuga, è successo che alla mia ragazza hanno offerto un lavoro laggiù». Giusto il tempo di arrivarci, ancora senza uno straccio di casa, e il regista Francesco Lagi gli ha offerto a bruciapelo di scrivere la colonna sonora del film Missione di Pace. Ha accettato, ovvio. E ha pure recitato, roba da un mese sul set, tanto più che nel cast del film, in uscita il 28 ottobre, ci sono Silvio Orlando, Alba Rohrwacher e Filippo Timi. Per capirci, quando ha scritto la colonna sonora, Bugo era in un alberghetto di New Delhi e la cosa funzionava più o meno così: «Il regista mi mandava dieci minuti di girato e io componevo la musica che quelle immagini mi ispiravano. Lo rifarei di corsa, però con un gruppo: stavolta ho fatto tutto da solo e magari non è stata la migliore delle soluzioni». Insomma il risultato alla fine si vedrà, e si ascolterà, nei cinema che distribuiranno il film dove il muso spaurito di Bugo spunta qui e là in mezzo a scene tra comico e surreale. «A Venezia, dove Missione di pace è stato proiettato in anteprima, abbiamo avuto dieci minuti di applausi. Il regista mi stringeva la mano e a me girava la testa». E quando lo racconta, Bugo illumina gli occhi sotto la sua frangia di capelli nerissimi. È felice, quasi spaurito e, sotto sotto quasi di sfuggita, gli sfugge la frase che è il suo manifesto: «Mi arrabbio ma non mi lamento». A pensarci bene, è lo slogan perfetto per la canzone d’autore del futuro. Perfetto davvero.