Bugo, un pop vivace che fugge gli stereotipi

Col quasi-bolero dell’iniziale Petrofolle, e i cori inattesi, e le chiose vellutate/argentine della chitarra, Bugo mette un’ulteriore distanza tra l’appartata atipicità della sua musica e gli svenevoli vezzi del pop teenageriale. Confermandosi sicuro riferimento per quella fetta di mondo giovanile più incline alla riflessione su di sé, e più restia alla futilità generazionale. Sicché Sguardo contemporaneo ha onore al proprio titolo e anche all’autonomia d’un artista-outsider, non inscrivibile tra gli stereotipi oggi in auge. Non che manchino ingenuità e velleitarismi, in questo nuovo lavoro dell’artista milanese: chi non fa, dice Guccini, non falla. Ma spira per tutto l’album un’aura di sofferta, o divertita, o amaramente divertita immediatezza e insieme una quasi costante repulsione per la banalità. Sia che Bugo scelga alienati scenari metropolitani o indulga allo scavo intimista, tenti toni epici o si conceda parentesi più liriche. Che guardi alla sconnessa realtà del Paese in Coda d’Italia o in Roma, o rivisiti certa mitologia televisiva in Oggi è morto Spock. Per svicolare ancora nel clima psichedelico e assorto di Quando ti sei addormentata o di Amore mio infinito.

Bugo Sguardo contemporaneo (Universal)