Un bulldozer riporta il terrore a Gerusalemme

Una cinquantina i feriti. Il terrorista è un arabo residente nella parte est della città

Per un attimo sembra solo un banale incidente. Assaf Nadav, sente il colpo, abbassa il finestrino del bus stracolmo, s'affaccia verso il mostro insolente. «Sta attento con questo bestione». In un secondo scatta la trama di quello che passerà alla storia del terrorismo come uno dei più singolari attacchi asimmetrici. L'attacco di un arabo israeliano impazzito e del suo caterpillar che, in pochi minuti, spazza le vite di tre israeliani e ne ferisce una cinquantina.
L'autista Assas grida, ma dalle 20 gialle tonnellate d'acciaio, cingoli e pale manco un fiato. Solo sferragliare d'ingranaggi, il muoversi del braccio, la prima incornata che scaraventa i passeggeri del 13 in un terrificante mondo a testa in giù. Poi le zanne della pala tra sedili, corpi e bagagli, il concerto di pianti, urla e lancinante sofferenza. Una donna poliziotto infrange il finestrino, una fiumana insanguinata invade Jaffa Street, crolla ferita, morente al bordo della strada. Il mostro giallo gli volta la schiena, fila su a Jaffa Street nel cuore di Gerusalemme, su quel rettilineo di ghiaia, asfalto e lavori in corso, tra la Tv e la vecchia stazione dei bus dove tra un anno correrà la nuova metropolitana. Nel terrificante mezzogiorno assolato ci corre la morte gialla. Il caterpillar punta l'auto posteggiata, la donna alla guida lo fissa terrorizzato. È l'ultimo sguardo sul mondo, spento dalla mazzata della pala sul tettuccio, schiacciato dalle 20 tonnellate di cingoli e che assottigliano carne, vita ed acciaio. Poi ancora avanti a colpi di cingoli e pala. Schizzano di lato i passanti frenano, scendono, abbandonano tutto gli automobilisti. Solo Moshe Plesser non fa una piega. È un riservista di Ezog, l'unità d'élite della Brigata Givati. Suo cognato il capitano David Shapira a marzo entrò nella scuola rabbinica, freddò il terrorista massacratore di studenti. Ora tocca a Moshe. Molla la bici, strappa la pistola a un soldato inebetito, salta sul caterpillar s'aggrappa alla cabina. Quattro occhi si guardano. Quelli di Moshe e quelli del 29enne arabo israeliano Hassam Dwikat. Un'ora fa era un devoto padre di due bimbi, uno qualunque dei 200mila arabi di Gerusalemme Est che lavorano, parlano, convivono con i concittadini ebraici. Ora è furia assassina. Ulula Allah Akbar, Dio è Grande, ingrana la marcia, tenta di scrollarsi di groppa il soldatino coraggioso affacciato alla sua macchina di morte. Moshe spara, la cabina s'arrossa di sangue, ma il caterpillar non si ferma. Hassam è li piegato sulla sbarra, Moshe è quasi giù. Dal mercato vola un poliziotto, un altro mirino inquadra la testa Hassam e c'infila due colpi. Altro sangue, il mostro che rallenta, l'orrore che si ferma.
Ma ora Gerusalemme vuole capire. In poche ore l'attentato viene rivendicato dalle Brigate Martiri di Al Aqsa e da due formazioni semisconosciute. Hamas, tenuto a rispettare la tregua solo a Gaza fa intendere che la «naturale reazione all'occupazione» non lo disturba, ma non gli appartiene. E ancora una volta Israele fa i conti con i misteri di un insospettabile diventato genio del male. Forse è stata improvvisazione. Forse è stata l'ispirazione di quell'Hezbollah che da tempo infiltra la parte più insospettabile del popolo palestinese, quella incastonata nel ventre molle del Paese.