«Bullismo, riqualificare le periferie non basta»

Andrea Tornielli

Le periferie di Milano rischiano di rendere l’uomo «periferia a se stesso, esiliato da se stesso». Nella metropoli ambrosiana «non basta» la riqualificazione urbanistica delle periferie ma serve un «vero coinvolgimento» che faccia riscoprire a ciascuno la «domanda di senso che sta nel nostro cuore». L’arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha presieduto ieri sera i vespri per la festa di Sant’Ambrogio ed ha rivolto il tradizionale discorso alla città.
Quest’anno, «sollecitato da diversi interventi che hanno sottolineato, talvolta allarmati, il degrado e la difficile qualità della vita, legata tra l’altro all’insicurezza e all’esperienza di alienazione e di violenza», il cardinale ha scelto di parlare delle periferie. Se ci si stacca a poco a poco «dall’anima della nostra città», ha detto Tettamanzi, se ogni cittadino si «è chiuso in se stesso, si è fatto centro assoluto di sé, ha troncato le relazioni, ha abbandonato uno sguardo attento all’altro», ecco che la periferia diventa «allontanamento, emarginazione, isolamento». Prevalgono, spiega l’arcivescovo «la solitudine e la paura» e nei giovani spesso si sfoga «una violenza cieca». Per Tettamanzi dunque, quello di periferia non è soltanto un concetto di spazio urbanistico, ma assume un «senso tipicamente umano». «È l’uomo come uomo, ossia nella sua umanità - ha detto l’arcivescovo - che può diventare periferia a se stesso», quando «è senza identità e senza radici; quando smarrisce il suo centro interiore». Questa esperienza, secondo il cardinale, si propaga «come un contagio, raggiunge tutti e ciascuno». Anche se - sottolinea - ci sarà sempre «una possibilità di ritorno a una umanità diversa». Per questo Tettamanzi invita ad avere «quello sguardo misericordioso» anche nei confronti dell’«umanità deviata». Se infatti «un uomo si sente estraneo, lontano, scacciato, non amato, condannato senza appello, spesso finisce per diventare un “uomo contro”. E lo dimostrano fenomeni come il bullismo, la violenza cieca e irresponsabile del branco, l’aggressività in tutte le sue manifestazioni, in particolare verso coloro che vengono ritenuti più deboli».
Il cardinale riconosce che «non pochi sforzi» sono stati fatti dalle istituzioni, dalle aggregazioni sociali e dalle comunità parrocchiali per «vincere la dequalificazione urbana», ma aggiunge che «la riqualificazione urbanistica, per quanto necessaria e significativa non basta. Chiede un “di più”, domanda un coinvolgimento e un vero ascolto di coloro che abitano e operano» in periferia. Tettamanzi ricorda che dopo la fuga dalla periferia della città, ora Milano «sembra ripopolarsi», ma i «nuovi venuti - in particolare coloro che vengono chiamati extracomunitari - sono troppo spesso costretti ad accontentarsi, a ripopolare i luoghi e gli spazi di chi è riuscito a fuggire, senza però che nessuno si sia preoccupato di risolvere la questione precedente che aveva causato la fuga». Fuggire dalla città, ma riprodurre «lo stesso modello sociale, quello consumistico», in un’altra area geografica non risolve il problema. La proposta del cardinale è di «non dimenticare e non oscurare la domanda di senso che sta nel nostro cuore» e «custodire la dimensione dell’interiorità». «La tua ricchezza è la tua coscienza; il tuo oro è il tuo cuore... Custodisci l’uomo che è dentro di te», ha scritto Sant’Ambrogio.
L’impegno in questo senso, ha concluso Tettamanzi, non «può essere solo personale», ma anche «sociale, culturale e politico». La politica, in particolare, «deve impegnarsi a produrre un’azione leggibile e univoca per chi si riconosce nella nostra identità e per chi non vi si riconosce». Certo, «senza negare» la nostra storia e la nostra cultura, ma cercando la via del dialogo, uscendo «da uno schema di contrapposizione di identità, culture e religioni». Non avrà mai un’anima la città in cui diverse comunità convivono senza incontrarsi.