"Il bullismo? Se lasci i figli soli li autorizzi a infrangere i limiti"

Daniel Clay, autore del romanzo <em>Broken</em>, ambientato nella profonda
periferia inglese fra violenze e degrado, ammonisce i genitori incapaci
di educare. Lo scrittore è nato e vive ancora nei dintorni di Londra. Ma è stato fortunato: suo padre si è rimboccato le maniche

«A cosa ti servono i contraccettivi?». Primo pugno contro la parete. «Li ho trovati sotto il tuo letto. Hai tredici anni». Secondo pugno contro la parete. Susan si accascia in lacrime. Sa che suo padre ha i pugni contati e che, dopo un certo numero, non sarà più il muro a riceverli, ma lei. «Con chi fai sesso? Voglio sapere con chi, Susan». Terzo pugno. La ragazza cerca affannosamente nella memoria un nome, uno qualsiasi, che possa levarla dai guai, sebbene lei non sia stata proprio con nessuno. Ma una delle sue sorelle sì: Saskia da giorni va spettegolando dell’incontro fallimentare avuto con quel ragazzo che abita dall’altra parte della piazza. Susan guarda le nocche insanguinate del padre sventolare rabbiose davanti ai suoi occhi. E decide di prendere in prestito quel nome: «Rick Buckley».
Le tragedie iniziano spesso con piccole bugie. Il padre di Susan picchierà Rick per «vendicare la figlia», lo denuncerà per stupro pur praticando una vita del tutto avulsa dalla legge, gli starà addosso come chi non ha altro da fare, e spesso, nelle periferie degradate delle grandi città, non si ha davvero altro da fare. Tutto ciò «innescherà» la psicosi latente in Rick, facendogli imboccare la strada del massacro, della violenza cieca, feroce, gratuita, reattiva. Ma reattiva a che cosa? Allo squallore delle suburbie? All’insensibilità dei coetanei? Alla tristezza inconsapevole dei programmi in tv o al solipsismo dei videogiochi e del web? All’assurdità della vita, tout court?

Queste domande percorrono le pagine di Broken di Daniel Clay (Sperling & Kupfer, pagg. 304, euro 18,90, traduzione di Nello Giugliano). È un romanzo necessario (i lettori dell’esperimento-pilota Amazon Vine Programme UK lo hanno capito, premiandolo prima che uscisse), come «necessari» potrebbero essere Gomorra di Saviano o Filth di Welsh, poiché in esso la violenza è lasciata sola sulla scena, impossibile da eludere, inequivocabile. Una scena cruda, che solo la tenerezza della undicenne Skunk - sopravvissuta al massacro di Rick e in coma in un letto di ospedale - riesce a restituirci attraverso la sua disarmata voce narrante, compiendo gli stessi acrobatici movimenti della cinepresa di Acid House, inguardabile film girato da un pubblicitario che senza accorgersene - e col fittizio, sgradevole sottofondo degli Oasis - ha ritratto quel grado zero dell’umanità che abita le periferie dell’anima e delle metropoli del nuovo millennio, sotto il nome di white trash, «spazzatura bianca». Non è un caso che tutta questa leva di narratori inglesi - Irvine Welsh, John King e ora Daniel Clay - abbia un’esperienza diretta, biografica, dei propri contenuti. Un giorno si tornerà a questi romanzi per scrivere la storia della british suburbia dell’ultimo ventennio. Abbiamo incontrato l’autore, nato nel 1970 otto miglia a nord di Londra.

Come è arrivato a scrivere Broken?
«È il sesto romanzo che ho scritto, il primo a essere pubblicato. È strano, perché quando ne ebbi l’idea, dopo tanti rifiuti editoriali, volevo scrivere qualcosa soltanto per me. Erano così pochi i libri che narravano la vita come io l’avevo intorno. All’epoca, il 2004, lessi Il buio oltre la siepe, appassionandomi della descrizione che faceva della working class, e meno del tema razziale che tutti ci trovavano. Così iniziai Broken per “aggiornare” il romanzo di Harper Lee».

E intanto come viveva?
«Impiegato precario. Scrivevo nel tempo libero. Sono sposato con Alison da quando avevamo vent’anni, niente figli. Mia madre morì giovane e ho visto gli sforzi di mio padre, un operaio delle ferrovie, per tirar su me e i miei due fratelli. Qualcosa di così enorme che non credo potrei averne il coraggio. Viviamo ancora nei luoghi di Broken: posso sentire le corse in auto dei ragazzi intorno a McDonald’s e incontrare gli zingari che vivono nel parcheggio qui vicino».

L’adolescenza è l’età che fa da sfondo a tutto il libro... Che cosa pensa dei ragazzi di oggi?
«Sono sotto pressione per diversi motivi: i risultati scolastici, l’auto-promozione nel gruppo, l’abbandono. Da adolescente, i vicini sapevano sempre quello che facevo, ma godevo di più libertà dei ragazzi di oggi, che nessuno, tanto meno i vicini, sorveglia. Succede allora che i più grandi tra loro prendano il posto dei genitori, ma spesso in negativo: è così che si forma il “gruppo”, con tutte le gerarchie e gli attriti».

Gruppi qualche volta intrinsecamente violenti.
«Fino agli anni Ottanta era molto difficile sentire di ragazzi che uccidevano altri ragazzi. Ora lo si può leggere sui quotidiani. In Broken, Susan è vittima di una violenza simile, ma da parte di padre e sorelle: dicono di volerle bene, ma quando la proteggono, lo fanno violentemente. Questo è significativo, che oggi la protezione passi attraverso una violenza attiva. Molte cose si sono rovesciate in questo senso: trent’anni fa, le ragazze avevano una reputazione da perdere, oggi cercano di guadagnarsene una».

All’insaputa o contro i genitori...
«Se lasci i figli da soli, è nella loro natura oltrepassare i limiti. Questo vuol dire, sovente, droghe leggere, pornografia su internet, e via così. Comunque sono più preoccupato per i genitori che per i bambini. Dove sono esattamente gli adulti oggi? La stessa cultura in cui vivono non li incoraggia a educare dei figli».

Il recente massacro in Finlandia. Il fatto di Genova, dove il 27 settembre scorso un giovane psicotico ha ucciso un poliziotto. I genitori hanno detto che l’assistenza statale per la malattia del figlio era scarsa...
«In Inghilterra abbiamo una specie di “Care in the Community”, sorta di intervento sociale per i problemi psicologici, ma la tattica è un po’ quella di drogare il disagio per annullarlo e, possibilmente, dimenticarne le cause. Che per me sono l’obbligo alla felicità e il ruolo oppressivo dei media, che hanno fatto del pianeta un piccolo posto, una cittadina di provincia. Spesso, vedi Broken, i parenti non sono equipaggiati per far fronte a un disastro psichico: Rick Buckley ricorre alla violenza per confusione, piuttosto che per insoddisfazione. È come se oggi ci fossero sempre più motivi per distruggere, e nessun adulto che suggerisce e rappresenta un ordine delle cose diverso, più saggio. E si hanno sempre più mezzi per uccidere: non dimentichiamo che la differenza tra un uomo che corre con un’ascia in mano e uno con un fucile automatico è incommensurabile».

Altro tema del romanzo è l’aggressività sessuale delle cinque sorelle Oswald, piuttosto diffusa oggi, insieme al sesso promiscuo.
«Sull’argomento avverto una disonestà di fondo, un partito preso che nega, con immaturità, il fatto che è impossibile dare e prendere qualcosa gli uni dagli altri senza alterare la propria percezione emotiva della vita. Nell’equazione della promiscuità sessuale, per me, purtroppo, c’è sempre uno che vince e un altro che perde. Anche se lo si nega».