«Bundesliga ’44», il calcio fa paura

Il testo si è ispirato a «La tregua» scritta da Primo Levi

Igor Principe

Può la bellezza del calcio incontrare l'orrore di un campo di sterminio nazista? La risposta, paradossale fino alla follia, è sì. Lo dice Primo Levi, massimo testimone dell'Olocausto, che durante la prigionia ad Auschwitz ascolta il racconto di un altro deportato su un incontro tra Ss e Sonderkommando, la squadra di addetti ai forni crematori. Manco a dirlo, squadra di deportati.
Militari e prigionieri assistono alla partita, che si gioca nel lager. Ciascuno tifa per la propria squadra. Si scommette, si applaude, per alcuni minuti ci si comporta come se il terreno di gioco fosse in un normale villaggio e non in una spietata macchina di morte. Levi ascolta e si fa un'idea: il potere nazista avverte il bisogno di giocare con la propria vittima per convincersi che non la sta uccidendo.
Da qui muove Bundesliga '44, in scena al Crt - Salone fino al 5 febbraio. Lo interpreta un gruppo di giovani attori che, tra un impegno con Quelli di Grock e una fiction tv, ha fondato la compagnia La fabbrica della pasta. Si chiamano Pietro De Pascalis, Giampaolo Gambi, Massimo Zatta. E Gianfelice Facchetti, che dello spettacolo è autore e regista.
«L'idea è nata quando ero all'università, dove ho studiato l'opera completa di Levi - racconta -. Quando ho letto della partita tra Ss e Sonderkommando è scattata la scintilla: scrivere un testo che legasse il calcio all'importanza della memoria».
Andare in scena nel periodo in cui cade la Giornata della memoria impreziosisce quello che per lo spettacolo è il vero debutto (l'anno scorso ne è stata proposta una versione ridotta, che ha conquistato la finale del premio Ustica). Dalle pagine della Tregua che raccontano del match, Facchetti ha ricostruito una sua storia, che si insinua in una manciata di tematiche.
«C'è il tragico gioco tra vittima e carnefice, ci sono aneddoti legati al mercato nero degli indumenti - prosegue -. E poi c'è il calcio come punto di incontro tra la vita quotidiana e la tragedia della Shoah, che svela aspetti anche grotteschi del potere e di chi lo esercita e, per un altro verso, spiega come poter salvarsi da un inferno come quello dei campi di sterminio».
I temi si affastellano lungo una messa in scena che è un lungo preludio alla partita, di cui non c'è traccia. Quanto accade prima - la preparazione, le tattiche, i racconti dei personaggi - impila una storia che spinge a ragionare.
«Perché nel calcio si usa tanto linguaggio bellico, come panzer o bomber? Quanto sono pericolose quelle contaminazioni? Penso a Hitler - prosegue Facchetti -, che tra il 1934 e il 1938 triplica gli incontri di calcio internazionali della Germania, investendo sullo sport come forza fisica per dimostrare il potenziale bellico della nazione».