Il bunga-bunga di Scalfari fra Platone e bigamia

Espresso e Repubblica recensiscono l'ultimo saggio del Fondatore, paragonandolo ai grandi maestri del pensiero

Ieri Repubblica ha festeggiato l’uscita del nuovo libro di Eugenio Scalfari con una doppia pagina firmata da Antonio Gnoli. Il giornalista pubblica infatti in questi giorni Scuote l’anima mia Eros (Einaudi, pagg. 127, euro 17). Dedicato all’amico Italo Calvino e ispirato da un verso di Saffo, il volume, secondo Repubblica, è una «dotta ricognizione sul ruolo di Eros nella nostra storia culturale, che spazia dalla filosofia alla letteratura». Mentre Scalfari lo descrive come «il consuntivo di una vita». Eros concilia istinto e ragione, coniuga amore di sé e amore degli altri, conduce alla conoscenza, infonde il desiderio di sopravvivenza. Una visione magari interessante ma comunque conforme al buon senso: niente per cui emozionarsi troppo, a prima vista, anche se Repubblica loda la «radicalità dello sguardo» e la «visione antropologica» del saggio.

Impressionante poi la parata di autori cui Scalfari viene avvicinato, per un motivo o per l’altro, dal quotidiano di cui (solo per caso) è stato il fondatore. Si parte da Platone, tanto per gradire, e si prosegue con Freud, che Scalfari qua e là corregge. E via con un bunga bunga culturale al quale sono invitati i grandi spiriti della modernità: Bataille, Marcuse, Simone Weil, Hannah Arendt, il Cardinal Martini, García Lorca, Diderot, Tolstoj, Montaigne, Nietzsche. La malinconica conclusione è che la morte spiega la vita, ma non c’è una verità ultima delle cose. Non resta che la poesia, scrive Scalfari: «È diventata per me il solo modo di accarezzare me stesso». Per ora niente rime: «Non ho mai composto versi e non credo che mai ne scriverò». Nel caso cambiasse idea, c’è già la fila di recensori pronti a giurare in ginocchio (sui ceci) che Scalfari se la gioca con Omero e Dante.

Anche l’Espresso, in edicola da ieri, festeggia. Wlodek Glodkorn intervista Scalfari, «l’intellettuale, il pensatore, il fondatore di giornali». Espresso incluso, naturalmente. Glodkorn strappa rivelazioni sui «complicati amori d’adulto» del filosofo, non prima di aver raccolto alcune preziose suggestioni, esposte con suprema modestia (si fa per dire). Tipo: «Parto da Freud ma ne rovescio la logica... noi umani non siamo una specie di solitari, siamo una specie socievole». Oppure: «Io penso che non esista il bene e il male. Esiste la vita di una specie che si svolge nel quadro di un universo abitato da miliardi di altre specie, organiche e non organiche. La nostra specie, pensante e desiderante, ha tanti attributi. Questi attributi da cosa derivano? Da miliardi di cellule e dall’infinità di liquidi e vuoto (gli atomi sono divisi dal vuoto)». In mezzo all’infinità di liquidi e vuoto, c’è anche una parte interessante (senza ironia). È quella in cui Scalfari mette da parte il bigino di filosofia e parla di se stesso: «In piena coscienza ho vissuto la fatica della bigamia. Sapendo la fatica, ben maggiore, che si sono assunte le mie compagne». L’amore per la moglie e quello per la compagna (poi sposata) per 43 anni sono state «due parallele. Nessuna delle due era subordinata all’altra. Sapevano l’una dell’altra. Provavo a stare con una sola delle mie donne. Ma era come se tentassi di tagliarmi una gamba, un braccio e metà del cervello». Inevitabile quindi fu considerare la fatica del triangolo «in cui io mi assumevo il ruolo che spetta al padre».

Il diavolo a volte si annida nei particolari. A esempio nella scheda di presentazione dell’Espresso. All’anonimo estensore, evidentemente sconfortato, scappa questo commento: «Sembrerebbe un libro generico». Inutile il tentativo di rimediare specificando che no, invece è un saggio profondo perché «entra nei dettagli...». Instillato nel lettore il sospetto, il danno è fatto.