Il bunker per tenere a freno gli iraniani

«Si vis pacem para bellum». Israele sembra finalmente aver capito che la guerra ormai non si vince più sui campi di battaglia ma solo su quelli dell’immagine. Del resto, nel nuovo contesto bellico asimmetrico perfino le operazioni di guerra tradizionale perdono il loro nome diventando «missioni di pace», anche se in esse i soldati continuano a morire come prima.
Lo dimostrano due fotografie pubblicate ieri in esclusiva dal quotidiano israeliano Yediot Aharonot: una mostra una nuova «bomba intelligente» creata dall’industria militare iraniana. L’altra fotografia mostra la costruzione di un bunker antiatomico in Israele.
La fotografia della «bomba intelligente», pubblicata in seconda pagina, è accompagnata dal commento del ministro della Difesa di Teheran, Moustafa Mohammed Nagr: «La useremo contro qualsiasi nemico che penetrasse nel nostro spazio aereo». La bomba del peso di 900 chilogrammi è considerata in Israele una «bomba sporca», che unisce esplosivo classico con materiale nucleare. Essa fa parte del programma nucleare e missilistico iraniano e il messaggio che vuol mandare a Israele è chiaro come del resto vuole essere la risposta dello Stato ebraico. Risposta che non può più essere offensiva, ma solo difensiva e cioè la riconquista di un deterrente credibile e quindi psicologico. Deterrente perduto nella seconda guerra del Libano che è anche stata la prima guerra missilistica che Israele ha dovuto affrontare. Lo testimoniano i boschi bruciati di Galilea che posso vedere dalla finestra del mio albergo nel cuore di questa idilliaca regione a ridosso della frontiera libanese e delle alture del Golan. Questi boschi bruciati danno un profondo significato alle altre fotografie pubblicate dal giornale. Sono quattro foto che occupano la prima, la seconda e la terza pagina del quotidiano. Mostrano l’entrata di una galleria a sua volta occupata da reti di impalcature per la costruzione, «in qualche parte sotto i monti di Gerusalemme», del bunker antiatomico in cui si insedieranno i responsabili politici e militari di Israele in caso di pericolo di offensiva nucleare nemica.
Queste immagini, che non sembrano recenti, sono accompagnate da quello che l’ex comandante dell’Aviazione israeliana, il generale di riserva Eytan Ben Eliahu, ha detto alla stampa e cioè che la distanza fra Israele e i Paesi islamici in fatto di supremazia militare «si sta restringendo in maniera preoccupante».
Poiché nessuno ha ormai la possibilità di arrestare questo sviluppo offensivo islamico non c’è altra alternativa - come non lo fu per i due blocchi durante la Guerra Fredda - di rendere l’arma atomica inutilizzabile in quanto crea un equilibrio di impotenza che non permette ai contendenti di agire. L’esperienza della Guerra Fredda dimostra infatti che lo scontro può essere evitato solo creando nell’avversario la certezza che il nemico dispone della possibilità di lanciare «un secondo colpo» in caso di attacco. Nel caso specifico di Israele, persuadere l’Iran o altro avversario che nessun tipo di attacco potrà paralizzare la sua reazione nucleare. La quale sarebbe spaventosa per tutti, ma soprattutto per chi minaccia la distruzione dello Stato di Israele. Una minaccia che qui viene presa molto seriamente dopo l’esperienza della Shoah.
Se il presidente iraniano Ahmadinejad sembra non rendersene conto, la prudenza con cui gli hezbollah (che sono la lunga mano di Teheran in Libano) si stanno muovendo è sorprendente per chi li conosce - mi dice un personaggio dell’intelligence, che da anni segue quanto sta succedendo al di là della frontiera settentrionale di Israele -. Il vero pericolo non sta perciò nello sviluppo del potenziale bellico islamico, nucleare incluso. Il pericolo - come durante la Guerra Fredda - sta nella possibilità di un incidente non pianificato. Evitarlo in epoca di guerra asimmetrica, con le capacità materiali ed elettroniche distruttive del terrorismo, diventa più difficile che in passato.