«Buon segnale ma è ancora troppo poco»

da Milano

L’industria italiana, che in molti suoi comparti soffre per la concorrenza dei prodotti e delle lavorazioni cinesi, ha accolto con moderata soddisfazione la rivalutazione dello yuan, considerata soprattutto un «segnale» positivo. Alcune reazioni sono state tuttavia vivaci: come quella di Rossano Soldini, presidente dell’Anci, l’associazione degli industriali calzaturieri, che stanno vivendo un momento molto delicato proprio in virtù dell’accresciuta aggressività cinese. «Un 2% di rivalutazione è aria fritta, non ha nessun impatto sul nostro settore» ha dichiarato. Secondo Soldini la divisa cinese è sottovalutata di circa il 50%, ragione per cui la rivalutazione «non avrà alcun impatto sul nostro settore nè su altri». L'obiettivo delle autorità cinesi, secondo l’imprenditore, è «di tipo mediatico. E hanno raggiunto il loro scopo». Per avere un impatto reale sul settore calzaturiero, ha concluso, sarebbe necessaria una rivalutazione di «almeno il 30%». Più contenuto il giudizio di un altro industriale della calzatura, Diego Della Valle: «È un passetto in avanti, ora noi dobbiamo sostenere questi Paesi che, diventando più ricchi, richiedono il Made in Italy. Dobbiamo pensare a prodotti meno concorrenziali dove il prezzo fa la differenza». Lo sganciamento dello yuan dal dollaro «è un ottimo segnale che va nella direzione giusta» per Alberto Bombassei, vice presidente di Confindustria «anche se la rivalutazione dello yuan resta poco significativa nell'entità; ma il governo cinese è passato da una posizione di rifiuto categorico a una sensibilità maggiore alla pressione dei mercati internazionali». Sul valore e la tipicità del prodotto italiano si è soffermato il viceministro alle Attività produttive, Adolfo Urso, per il quale la Cina «fa ora un po’ meno paura». La decisione di rivalutare lo yuan «dà fiato al Made in Italy - ha detto - può rallentare la spinta protezionistica che emerge a livello mondiale consentendo, magari, anche di sbloccare l'empasse del round negoziale della Wto».