Una buona dose di teatro per un’«opera» da Nobel

All’Elfo «Morte accidentale di un anarchico» di Dario Fo. Il regista: «Ci sono elementi che fanno pensare a Eduardo»

Ferruccio Gattuso

Ci sono date che segnano la coscienza e la mente ben prima che la storia, e il 12 dicembre 1969 - giorno della strage di piazza Fontana - resta una piaga viva nel ricordo degli italiani, e dei milanesi in particolare. Oltre quel giorno tetro resta la voglia di sapere e, soprattutto, di imparare.
Gli anni Settanta, i cosiddetti anni di piombo, le violenze, i misteri, gli scandali, le ubriacature ideologiche e insomma quella cappa claustrofobica che rende «il lungo Sessantotto» italiano una stagione forse non dimenticabile ma certo non ripetibile nella memoria degli italiani, tornano come uno schiaffo beffardo e sicuramente scomodo in Morte accidentale di un anarchico, pièce folle, amara e militante di Dario Fo. Teatridithalia, per la regia di Ferdinando Bruni, porta nuovamente in scena - al teatro dell’Elfo fino all’8 gennaio - quella che lo stesso Bruni definisce «un’opera imprescindibile, il capolavoro, insieme a Mistero Buffo, con il quale Dario Fo ha legittimato il proprio Nobel per la letteratura nel 1997. Chi ha discusso quella scelta di Stoccolma dovrebbe andare a rileggersi con attenzione queste due opere».
Una difesa a spada tratta da parte del regista e interprete di Morte accidentale di un anarchico che, nella commedia esilarante e implacabile di Fo, veste il ruolo del Folle, il pazzo mitomane che, affetto da tic trasformisti, si introduce negli uffici della questura di Milano e spezza ogni equilibrio consolidato.
Sullo sfondo, inutile dirlo, la morte dell’anarchico ferroviere Giuseppe Pinelli, volato dal balcone della questura milanese.
Una tragedia che generò altre tragedie, a cominciare dall’uccisione del commissario Calabresi. Per molti, quella «morte accidentale di un anarchico» fu un «peccato originale» della Repubblica: le penne degli storici non hanno finito di incrociarsi in tenzone per stabilire se ciò sia vero o meno. Fo, come tutti sanno, ci ha messo del suo, e quel «suo» rivive in questa pièce che Ferdinando Bruni assicura di rispettare, nel testo, con (quasi) assoluto rigore: «Le parole di Fo ci sono tutte - spiega Bruni -. In più, abbiamo sviluppato alcuni personaggi minori, concedendo a essi una maggiore tridimensionalità. Questo lavoro ci è servito per offrire un surplus di teatralità. Diciamo che Fo, quando scrisse l’opera, voleva far passare i contenuti, il nostro sforzo è invece quello di aggiungere a questi contenuti una buona dose di teatro. Fo compì con Morte accidentale di un anarchico un lavoro molto simile a quello che faceva Shakespeare: si immergeva nella storia anche recente del proprio Paese, sfiorava la cronaca, interpretava in modo personale la storia inglese». In una scenografia simbolica si muove l’ombra minacciosa della burocrazia e del potere.
«Ci sono elementi teatrali che fanno pensare alla commedia di Eduardo ma anche alla commedia dell’arte, con un questore simile a Balanzone, un Folle che evoca Arlecchino, e così via - continua Bruni -. I dialetti, numerosi e coloriti, svolgono un ruolo comico potente. Certo, maneggiare la realtà, anche tragica, per far ridere, è operazione difficilissima. Fo, con questo testo che è anche raffinato e ricco di citazioni, da Gogol a De Filippo, ci riesce benissimo».