LA BUONA FICTION VINCE ANCHE D’ESTATE

L’ultima fra le polemiche televisive in ordine di tempo riguarda la messa in onda delle nuove fiction nella stagione estiva. Nessuno vorrebbe andare in onda adesso in un periodo considerato «morto», poco favorevole all'attenzione del pubblico e penalizzato dall'audience. Se capita, si lamentano tutti: non adesso, non proprio ora, perché proprio noi? È una sorta di gara all'incontrario: in questo momento l'importante è «non esserci», o essere rimandati a settembre, prospettiva che nel caso specifico non avrebbe il valore di una semi bocciatura ma di una considerazione maggiore per il prodotto in questione, che verrebbe preservato per un periodo più favorevole. In realtà tale tipo di polemica ha una buona dose di pretestuosità, perché non tutto può andare in onda nella stagione più congestionata e qualcosa di nuovo deve pure essere riservato al periodo estivo, altrimenti consacrato soltanto a una sfilza di repliche. Inoltre, se è vero che d'estate gli ascolti calano, è altrettanto vero che le fiction di buona fattura hanno modo di distinguersi maggiormente, di farsi notare di più nel deserto della programmazione attuale. Come è puntualmente accaduto, ad esempio, a E poi c'è Filippo (giovedì su Canale 5, ore 21), una sorta di Rain man all'italiana in cui si raccontano in sei puntate le vicende dell'avvocato Stefano Pollini (Giorgio Pasotti), che alla morte della madre torna dall'America per prendersi cura del fratello Filippo (Neri Marcorè) affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo. Filippo rivela presto un intuito fuori del comune, che gli consente di risolvere alcune indagini intricate mentre cresce parallelamente il rapporto con il fratello, sempre più complice e affettuoso. E poi c'è Filippo è una graziosa commedia dal tratto lieve e sorridente, che tratta con la dovuta delicatezza il tema dell'autismo inserendolo in un contesto di storie semplici, senza troppe pretese ma senza nemmeno incorrere in forzature o scivolare sul versante mieloso. Il pregio maggiore sta nella prova degli attori: Neri Marcorè ha i tempi e i gesti giusti per configurare il suo personaggio con la necessaria personalità, non vuole correre il rischio di scimmiottare il Rain Man di Dustin Hoffman al di là degli inevitabili punti di contatto e nella sostanza ci riesce, dando una prova professionale convincente. Non gli è però da meno Giorgio Pasotti, perché il ruolo del fratello-tutore correva il rischio di essere schiacciato dal contesto, di doversi rassegnare a una sorta di marginalità gregaria. L'eventualità viene invece scongiurata da una interpretazione di notevole spontaneità e simpatia.