«Buongoverno? No, solo egemonia»

«Anche Padova o Bergamo sono state amministrate bene. Quelle zone sono ricche grazie a leggi osteggiate dal Pci a Roma»

Possibile che emiliano-romagnoli, toscani, umbri e marchigiani in sessant’anni non siano mai stati tentati di cambiare voto? Il ministro Carlo Giovanardi, ex democristiano, di Modena e profondo conoscitore di vicende legate all'Italia rossa, lo spiega con il «narcisismo schizofrenico» diffuso da queste parti: «È la sindrome dei nipoti e dei pronipoti dei braccianti che nel dopoguerra sfilavano a Modena in canottiera e con la falce nel pugno» dice. «Continuano a votare Ds, Rifondazione o comunque a sinistra, perché così si sentono parte di un’epopea, e poi hanno la villa in Sardegna e l'aereo privato».
Ministro, ottenere la maggioranza relativa o assoluta non è una colpa, è democrazia.
«Sì, c'è però una questione di fondo. In Veneto o in Campania o in tante altre parti dove la Dc riscuoteva percentuali elevate quanto quelle del Pci nelle zone rosse o anche di più, ora vedo che ci sono amministratori di Forza Italia, di An, dei Ds, dell’Ulivo. Solo in questa parte d'Italia da sessant'anni viene di fatto impedito che esponenti di altri partiti possano maturare delle esperienze come amministratori. Vedo con preoccupazione che questo modello da anni si sta diffondendo anche al Sud: una volta che si è instaurato un sistema egemonico di questo tipo è molto difficile sradicarlo».
Emilia, Toscana, Umbria e Marche sono una delle aree più ricche d'Europa.
«Sono diventate ricche grazie alle leggi e alle scelte fatte dai governi composti da democristiani, socialisti, laici, alle quali il Pci è rimasto contrario per decenni per motivi ideologici».
Ma riconoscerà almeno che comunisti e post-comunisti sono dei bravi amministratori?
«Perché le risulta che città come Padova, Bergamo, Verona sono state amministrate peggio? La qualità del buongoverno dipende in larga parte dal tessuto civile».
Non è vero che la Democrazia cristiana rimase a guardare questa anomalia tutta italiana. C'è uno studio del 1981 fatto dalla Dc di Modena, interessantissimo, su come, mentre Enrico Berlinguer tuonava contro la «partitocrazia», per il suo partito «l’occupazione dello Stato, degli Enti locali e di tutte le pubbliche istituzioni» nell'Italia rossa «non era una degenerazione ma la norma». Il calcolo cui allora si arrivò stimava in circa mille, su 180mila abitanti, gli attivisti che, tra funzionari e impiegati del partito, dipendenti delle coop, del sindacato, a Modena ogni giorno facevano politica a tempo pieno per conto del Partito comunista. «All’epoca il Pci modenese aveva sul libro paga 76 funzionari o dirigenti, 76 amministratori pubblici, 23 “collaboratori tecnici”, cioè autisti, fattorini, impiegati» racconta Giovanardi, «per una spesa ufficiale dichiarata di 2 miliardi e 35 milioni. Provammo a confrontarli con le spese della Dc di Brescia, una provincia nella quale avevamo la maggioranza, con una popolazione doppia rispetto a quella della provincia modenese e un numero di Comuni quattro volte superiore: avevamo a disposizione 327 milioni di lire l'anno, otto volte meno del Pci di Modena. Praticamente era come andare contro una corazzata con il pedalò. Con un piccolo particolare in più, aggiunge: «Che i bilanci del Pci erano vistosamente falsi e le spese dichiarate macroscopicamente sottostimate. Ma quando è scoppiata Tangentopoli nessuno se n'è accorto. Se penso al nostro povero Severino Citaristi...».