Buonismo togato

Accade, talvolta, che alcune sentenze rivelino in maniera drammatica, dolorosa quanta distanza ci sia fra il comune sentire dei cittadini e i tecnicismi, le astrazioni, e i funambolismi con cui certi giudici interpretano la legge. È il caso della sentenza della Cassazione con la quale si è confermata una sentenza d’appello che a un assassino particolarmente feroce, un immigrato clandestino colpevole di aver ucciso in maniera efferata un suo giovane amico omosessuale, non si contestavano le aggravanti della crudeltà mentre si concedevano le aggravanti generiche. E perché? Semplicemente perché la corte d’appello di Milano aveva ritenuto di dover concedere le attenuanti generiche in considerazione «della giovane età dell’imputato e della sua condizione personale caratterizzata da uno stato di emarginazione e dall’arretratezza culturale». Conclusione: poco più di 17 anni di carcere. La prima sezione penale della Cassazione ha stabilito che questa valutazione è ineccepibile. I vecchi penalisti di provincia usavano dire che la Cassazione è come i grandi magazzini, vi si trova di tutto. La battuta è pesante, ma ha un suo fondamento.
Questa sentenza della Cassazione sancisce un paradosso: quanto più si è vicini alla bestialità, quanto più ci si adagia su stili di vita violenti e arretrati, tanto più si ha diritto a sconti, perdoni palesi e simulati, buoni punti per i delitti che si commettono o si commetteranno. Sia chiaro, nel caso esaminato dalla Cassazione non c’erano questioni di infermità mentale, l’assassino era pienamente capace d’intendere di volere, ma sembra che per aver diritto all’ergastolo o per meritare una pena a trent’anni di carcere (che poi sono poco più di dieci) bisogna avere un master ed essere colletti bianchi, come se gli impulsi delinquenziali, le spinte distruttive in cui si manifesta la banalità del male non fossero trasversali: socialmente, economicamente, culturalmente.
La verità è che una corrente ideologicamente motivata della magistratura crede nella diluizione sociologica delle responsabilità personali: la colpa principale è sempre della società, del contesto ambientale, della mancata integrazione, della meteorologia sfavorevole, della congiuntura avversa, della «diversità». Quella prodigiosa e straordinaria creatura che è l’uomo viene ridotto a risultante di parametri estranei alla sua volontà. E i giudici, certi giudici, fanno sfoggio di buonismo politicamente corretto riconoscendo a criminali le scusanti che questi non avrebbero osato chiedere nelle loro terre d’origine. Sconti, perdoni, attenuanti, cartacee redenzioni, burocratici percorsi di pentimento: beati i crudeli e i protervi perché saranno i primi a godere del perdonismo.
Sconvolge, in questa vicenda, che nessuno si ricordi della vittima, delle sue speranze, della sua voglia di vivere, del dolore dei suoi familiari. Le vittime di tutti i delitti, quando la giustizia è distratta, restano sempre sullo sfondo. Le loro ragioni sono morte di morte violenta, col delitto. Pietre tombali sigillano il loro infelice destino e certi giudici si preoccupano di «recuperare alla società» i loro carnefici.
Nessuno chiede una giustizia disumana, feroce, vendicativa, ma spereremmo di non imbatterci in verdetti viziati di lassismo morale che supera e viola il dettato della legge.
Tutte le sentenze, nel nostro Paese, sono emesse nel nome del popolo italiano. Siamo sicuri che il popolo possa riconoscersi ogni volta in questi giudizi?
Moltissimi italiani pensano che fra il sacrosanto rifiuto della pena di morte e la pioggia di attenuanti debba esserci un punto d’equilibrio. Perché parole come «bene», «male», «giustizia», «umanità» abbiano ancora un senso.