Il buonismo a tutto spiano che massacra la famiglia

nostro inviato a Venezia

«L’altro giorno ho visto un programma alla tv con la sua paladina Jane Fonda: alla fine volevo iscrivermi al Ku Klux Klan». È certamente la battuta più fulminante e applaudita dei primi tre giorni della Mostra. A pronunciarla in Carnage di Roman Polanski (nelle sale dal 16 settembre con Medusa) è il personaggio di Christoph Waltz, cinico avvocato di successo, al culmine di uno scambio al vetriolo con la nevrotica signora politically correct interpretata da Jodie Foster. Siamo nella New York dei professionisti affermati, delle case ben arredate e dei cellulari che squillano continuamente, soprattutto quello del suddetto avvocato, costretto a gestire in tempo reale un complicato affare di farmaci nocivi. I figli undicenni di due coppie alto borghesi hanno litigato - labbra gonfie e denti rotti - e ora i genitori della «vittima» hanno invitato quelli del bullo per comporre civilmente il piccolo incidente. Le intenzioni di tutti sono buone, ma le frustrazioni che covano sotto l’ipocrisia e le convenienze sociali sono sorde ai perbenismi di maniera.
Dopo Le Idi di Marzo di Clooney e la giornata dedicata all’immoralità della casta, ieri il programma della Mostra è ripiegato sul privato. Infatti, sia in Carnage di Polanski, tratto dalla fortunata pièce teatrale Il dio del massacro scritta da Yasmina Reza (qui co-sceneggiatrice con Polanski), sia nel farraginoso W.E. firmato da Madonna, al centro della storia ci sono coppie in crisi. Ma mentre alla sua seconda prova da regista la popstar stecca, la sulfurea commedia dell’autore polacco, ieri assente al Lido a causa delle sue pendenze giudiziarie (l’Italia ha un accordo per l’estradizione con gli Usa), si candida a qualche riconoscimento. Se non altro, in mancanza di un protagonista, all’intero cast essendo la pellicola imperniata sulla recitazione di soli quattro bravissimi attori, Kate Winslet e John C. Reilly oltre ai due citati, chiusi per l’intero film in una stanza nel tentativo di conciliare sull’incidente che ha coinvolto i due adolescenti.
Siamo evoluti, siamo civili, siamo anche colti: risolviamo di sicuro la faccenda in un minuto, pensa e si augura ognuno dei quattro genitori. È soprattutto Penelope Longstreet (Jodie Foster), che sta scrivendo un accoratissimo libro sulla tragedia del Darfur, a tirare la volata del buonismo. Ma appena l’avvocato comincia a correggerne il linguaggio (suo figlio era «munito» non «armato» di bastone), sotto le buone maniere inizia a ribollire l’orgoglio. Così, ogni volta che tutto sembra aggiustato e l’avvocato e consorte (la broker di Kate Winslet) stanno andandosene, una parola di troppo o una precisazione, riporta il gruppetto al punto di partenza. Ovvero, all’interno del salotto impreziosito di cataloghi d’arte e di tulipani arrivati direttamente dall’Olanda. Poco alla volta, complici una indigesta torta di mele (e pere) che provoca il vomito della broker, e uno scotch «che arriva da un paesino della Scozia», il tentativo di conciliazione si trasforma in resa dei conti fra le due coppie e all’interno delle stesse. La lite tra i ragazzi finisce sullo sfondo in un crescendo di accuse sedimentate e ora prepotentemente emergenti grazie al whisky d’annata e alle antipatie incrociate.
«Per noi è stato un onore lavorare per Roman Polanski», hanno ripetuto in coro i tre attori presenti al Lido, in mancanza di Jodie Foster. Sul rischio che Carnage sia tra tante cose, una gara di talenti, la Winslet ha sintetizzato: «Roman l’ha detto per noi alla fine delle riprese: siete stati un gruppo di amici non in concorrenza ma cementati da un’esperienza fatta di condivisione del lavoro e delle idee».
Per il resto, come due giorni fa con Clooney si è osservato un ossequioso silenzio sulla vicenda Canalis, altrettanto è stato fatto ieri sulle ragioni che hanno tenuto Polanski lontano dalla laguna. Solo Yasmina Reza, confermando che avrebbe comunicato al regista l’ottima accoglienza trovata dal film, ha rivelato che, «essendo una persona molto schiva e riservata, probabilmente non sarebbe venuto lo stesso». Waltz, invece, ha ribaltato la domanda sui giornalisti: «Siete proprio sicuri che Polanski non sia qui. C’è il suo film e dunque...». Avvalorando così la tesi secondo cui, nel progressivo ridimensionamento della lite tra i ragazzini e nell’esplodere delle contraddizioni borghesi occidentali, si possa leggere in filigrana anche la sua controversa vicenda giudiziaria.
Se fosse davvero così, non sarebbe un’idea brillante.