Burani, l’Opa del 2008 nel mirino dei pm: interrogato Fontanesi

MilanoUna giornata di interrogatori, e sullo sfondo una domanda: chi detiene in questo momento il potere dentro il gruppo Mariella Burani? Nella travagliata vicenda del marchio di Cavriago, ormai da mesi sull’orlo del precipizio, la risposta a questa domanda è essenziale per capire il destino che attende il gruppo.
Secondo la magistratura, ormai non ci sono dubbi: l’azionista di riferimento della Burani e del suo arcipelago di società controllate adesso è il curatore fallimentare della Mbh, la holding di diritto olandese dichiarata fallita la settimana scorsa, ovvero il commercialista milanese Diego Moscato. Moscato, dopo avere avuto il via libera di Centrobanca che detiene in pegno una parte del pacchetto, ha convocato per il prossimo 1 marzo l’assemblea della società. Ma gli amministratori della capofila italiana, nominati dai vecchi proprietari, non si sono ancora dimessi. Insomma, chi tenga il timone non è chiaro.
Nel board di Mariella Burani Fashion Group, la capofila italiana, siedono quattro consiglieri. Due sono indipendenti, gli altri due, Emilio Fontanesi e Ettore Burani, sono stati nominati su indicazione della famiglia. Ieri i pubblici ministeri Luigi Orsi e Mauro Clerici hanno interrogato Fontanesi, subito dopo avere sentito gli esponenti di due dei fondi d’investimento coinvolti in uno dei capitoli più inspiegabili della fase declinante del gruppo: l’Opa con cui nel 2008 la Mariella Burani Fashion Holding acquisì un ulteriore 15 per cento del Mariella Burani Fashion Group, di cui controllava già il 60 per cento.
Per finanziare quell’Opa la holding si dovette indebitare pesantemente e dare in pegno un rilevante pacchetto di azioni. Ma quale fosse l’obiettivo di una operazione tanto onerosa - e assolutamente superflua per il controllo dell’azienda - è ora uno degli interrogativi su cui gli inquirenti stanno lavorando con maggior puntiglio.
Mentre i pm scavano, si avvicina la scadenza dell’assemblea convocata dal curatore fallimentare per l’1 marzo. Nell’ottica della Procura, in quella assemblea si dovrebbe procedere alla sostituzione dei board delle società controllate e decidere come affrontare il dissesto dei conti. Da quando la cassaforte olandese è stata dichiarata fallita, dell’ingresso di capitali freschi sembra non parlarsi più. In compenso, le banche - in particolare Deutsche, che della fallita è il creditore principale - sembrano restie a staccare la spina al gruppo (anche se di convertire i crediti in azioni non provano particolare desiderio). Però una cosa è certa: più passa il tempo, e più i margini di salvezza si assottigliano. E se all’assemblea anche il timone delle società operative passasse agli amministratori scelti dal curatore fallimentare della holding, difficilmente questi (a meno di novità) avrebbero scelte diverse dal ricorso al concordato preventivo per cercare di salvare il salvabile.