Il burattinaio Sarkozy regala la Libia al Qatar

Dietro le quinte della guerra in Libia: tra Parigi e Doha un gioco di scambi di favori iniziato nel 2007. Il sostegno di Platini per fare assegnare all'emirato i mondiali di calcio. Hanno già delegittimato i ribelli e un loro uomo ha guidato la conquista di Tripoli

Sogna di diventare il nuovo De Gaulle, ma forse verrà ricordato per aver regalato la Libia al Qatar e al fondamentalismo. Il risultato delle liaisons dangereuses tra Nicolas Sarkozy e l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani è sotto gli occhi di tutti. Dopo la caduta di Muhammar Gheddafi invocata da Al Jazeera, sostenuta da diplomazia e bombe francesi e consacrata da un linciaggio propiziato dai Mirage di Parigi il Qatar gioca a carte scoperte. L’emirato ammette di avere centinaia di militari in Libia e pretende la guida di una nuova coalizione destinata a sostituire la Nato. Doha si prepara insomma a trasformare la Libia in una dependance petrolifera governata dagli amici Fratelli Musulmani. L’operazione, grazie all’aiuto di Sarkó, è quasi conclusa. L’ex comandante qaidista Abdel Hakim Belaji è stato portato alla conquista di Tripoli dalle forze speciali del Qatar. Lo sceicco Alì Salabi, padre spirituale dei Fratelli Musulmani libici, rientrato in Libia dopo anni di esilio in Qatar, ha già delegittimato il Consiglio di Transizione di Bengasi. Insomma, les jeux sont faits.
Per capire come gira la roulette dell’alleanza tra Sarkó e l’emiro del Qatar bisogna andare al luglio 2007, quando l’allora première dame Cecilia Attias ottiene la liberazione di cinque infermiere bulgare e un palestinese accusati da Gheddafi di aver diffuso l’Aids nell’ospedale di Bengasi. Dietro quella prima operazione libica su cui un Sarkó appena eletto, costruisce la propria reputazione internazionale ci sono già le fiches dell’emiro di Doha. Sono i 320 milioni di euro infilati nella borsetta di Cecilia e utilizzati per comprare la benevolenza del raìs. «Sembra poco probabile - nota all’epoca Le Monde - che il Qatar abbia consentito un simile gesto senza contropartite». Le contropartite, in effetti, sono numerose. Nel 2009 una legge voluta dall’Eliseo esenta il Qatar dal pagamento di tasse sulle rendite immobiliari in Francia. Da quel momento i fondi sovrani dell’emirato rastrellano interi isolati di Parigi e dintorni. Nel frattempo Sarkozy mobilita Platini per garantirsi che la Fifa assegni al Qatar i campionati mondiali di calcio del 2022. Ma l’atto di amicizia più fraterno, il vero bacio della scarpetta, è l’incondizionato sì del tifoso Nicolas alla cessione del Paris Saint Germain, sua squadra del cuore, ad un fondo sovrano del Qatar. Tra la donazione di quei 320 milioni «allungati» dal Qatar a Cecilia e la grande crociata di Sarkozy contro Gheddafi ci sono però anche passaggi economici e politici assai più oscuri. Uno è la trattativa segreta di Alì Salabi, esule in Qatar, con il figlio di Gheddafi Saif al-Islam che garantisce nel 2010 alla liberazione di Abdel Hakim Belaji e di altri 170 islamisti. Una trattativa pagata in parte, si dice, con i 320 milioni consegnati da Cecilia. Poi c’è il grande affare del gas. Nel 2008 l’Eni garantisce l’entrata dei russi di Gazprom nel mercato del gas libico. Con quell’affare il Qatar, uno dei tre grandi produttori di gas naturale assieme a Iran e Russia, si vede sopravanzato da Mosca. E la Francia, decisa a garantire all’emirato una larga fetta del mercato europeo, si vede spiazzata dalla mossa di Eni che assicura il monopolio di Gazprom nel Vecchio Continente. Guarda caso una delle prime mosse dei ribelli dopo la caduta di Tripoli è sottolineare che la Russia non avrà alcuna parte nello sfruttamento delle risorse energetiche libiche.
Vista nella prospettiva delle relazioni Doha-Parigi la guerra di Libia e lo smantellamento dell’asse Eni-Gazprom sembrano insomma un lucroso affare. Peccato che per chiuderlo l’apprendista stregone Sarkozy, grande nemico a casa propria del fondamentalismo, abbia consegnato la Libia al Qatar e ai suoi amici islamisti.