Un burattino per cambiare l’Italia

A intervalli più o meno lunghi Collodi torna a far parlare di sé. Uomo straordinario, d’accordo, ma ancora più straordinario scrittore che non passa di moda perché non parla solo di un burattino, Pinocchio, di un grillo parlante, di una volpe e di un gatto, ma di tutti noi oggi, spesso ingannati proprio da chi dovrebbe farci giustizia.
Era uno che beveva, fumava, fornicava, giocava e perdeva Collodi. Però aveva una forte sensibilità sociale e altrettanta onestà. Non sopportava la corruzione e l’incapacità delle classi dirigenti che su quotidiani e settimanali faceva regolarmente bersaglio dei suoi sarcasmi. Critiche sempre divertenti e intelligenti, difficili da smentire o rinviare al mittente, che compilava fra angosce, dubbi e rimorsi e che, a rileggerle, ora sembrano dichiarazioni di guerra ora d'amore. I suoi odî di liberale unitario che aveva combattuto volontario nelle guerre d’Indipendenza non erano infatti che passioni deluse; le sue invettive, carezze a rovescio. Ciononostante si faceva un sacco di nemici. Ma gli piaceva così.
Tipico «toscano di una volta», di quando i toscani erano gente di proverbi asciutti, di giudizi schietti, di battute sferzanti, lo scrittore Collodi nasce dal giornalista Carlo Lorenzini nel corso di un assiduo e spericolato mestiere su fogli e gazzette che gli fornisce i primi temi, gli insegna il taglio e la scorciatura della pagina, gli suggerisce quello stile inconfondibile che prende rilievo dal contrasto fra la serietà dei contenuti e la leggerezza dell’espressione.
Carlo Lorenzini apre gli occhi a Firenze il 24 novembre 1826, al numero 21 di via Taddea, in una casa di proprietà dei marchesi Ginori di cui il padre Domenico e la madre Angiolina Orzali sono dipendenti: lui cuoco e lei guardarobiera cucitrice. Per decenni si è creduto che lo scrittore fosse nato a Collodi (Pescia), il minuscolo paese della Valdinievole dove invece, al numero 114 di via Cartiere, abitava Angiolina, che ha studiato per maestra ma dopo il matrimonio, causa problemi economici, sette figli, si è adattata a sbrigare i lavori domestici a Palazzo Ginori. Paolo Lorenzini, narratore per ragazzi con lo pseudonimo di Collodi Nipote, scrive che «doveva essere molto bella, perché era bellissima anche da vecchia».
A 10 anni Carlo è avviato agli studi medi nel Seminario di Colle Val d’Elsa; per farne un sacerdote, secondo l’intenzione dei Ginori che pagano la modesta retta. Ci rimane 5 anni, fino al 1842, quindi passa al corso di retorica e filosofia (l’attuale liceo classico) presso i Padri Scolopi di via Martelli, a Firenze. Qui, nel 1844, a conclusione di una partita di tamburello, sport in cui si distingue più che nello studio, si toglie la tonaca e le fa fare un gran volo su uno degli alberi che allora recintavano piazza della Granduchessa. Non la indosserà mai più.
A 17 anni, senza diplomarsi, si impiega come praticante nella Libreria-Tipografia fiorentina «Piatti» con l’incarico di scrivere notizie e recensioni per il catalogo. Subisce il contagio della carta stampata e scopre che la sua vocazione non è quella del chierico ma del cronista. Comincia il mestiere con brevi articoli sulla Rivista di Firenze, edita dalla stessa «Piatti», e intanto ottiene una licenza ecclesiastica per la «Lettura morale» dei libri all’Indice. Proprio lui, che aveva un debole per le donne, anche perché lo «capivano meglio degli uomini e sapevano sentire, sotto le sghignazzate, la sua malinconia e tenerezza».
Di carattere fermo, mai disponibile ai voltafaccia, l’uomo Lorenzini in materia di onestà e di ideali è tutto d’un pezzo. Il contrario per quanto riguarda tentazioni e vizi, ai quali cede più che volentieri. Bevitore, giocatore e donnaiolo accanito, gli accade spesso di consumare i suoi «peccati mortali di galantuomo» sui divanetti del modesto ufficio di censore teatrale del Granducato, dove tra letture e correzioni di copioni e spartiti ha l'occasione di sedurre e lasciarsi sedurre da ballerine, attrici, intraprendenti guitte, spesso accompagnate da «sedicenti madri severe che sanno sempre allontanarsi o addormentarsi a tempo opportuno».
Non era un bell’uomo Carlo, nemmeno molto prestante, ma piacevolissimo e arguto sapeva divertire le partner che con lui non si annoiavano mai e non sapevano dirgli di no.
Anni di lotta politica dura e accesa quelli tra il ’49 e il ’60, ma anche i più spensierati. Collodi, assieme agli artisti della Scapigliatura tra cui Signorini Fattori e Cabianca, frequenta assiduamente i caffè letterari «Michelangiolo» e «Elvetichino» ed i ritrovi dove si gioca d’azzardo. Sempre con addosso la paura di doversi sposare, non si nega incontri galanti e relazioni amorose anche impegnative. Corre voce di una figlia naturale avuta in questo periodo. Nel 1859 una passione delusa lo porta ad allontanarsi da Firenze per partecipare alla II guerra d’Indipendenza, volontario nel Reale Reggimento Cavalleggeri di Novara. La delusione non è però solo sentimentale. La crisi e il rifugio nella cosiddetta letteratura per l’infanzia che segnano gli ultimi 10 anni di vita del Collodi non sono soltanto un fatto soggettivo ma si iscrivono oggettivamente nella vicenda storico-politica del Risorgimento, con lo scrittore sempre più disgustato dai miti illuministici alla base del patriottismo nazionalista non meno che dagli altri moderni ideali proposti da socialismo e comunismo.
Fino allora, da giornalista e autore di teatro, Collodi si era rivolto alla classe di quelli che contano. Adesso decide di cambiare destinatario, e si rivolge ai ragazzi «che possiedono una umanità ancora aperta alla verità». Scrive e pubblica libri come Giannettino (1877), Minuzzolo, Il viaggio in Italia di Giannettino, tutti di grande successo, finché una mattina si sveglia coll’incubo di dover pagare in giornata un grosso debito di gioco. Corre dal suo editore, Felice Paggi, e gli propone di pubblicare a puntate sul Giornale dei Bambini una storia che ha in mente, la «storia di un burattino». Detto e fatto. Il 7 luglio 1881 esce la prima puntata del racconto, poi chiamato Le avventure di Pinocchio.
In polemica contro chi farnetica di istruzione obbligatoria subito per tutti, senza considerare che essa «deve prima passare per lo stomaco e che a chi ha fame poco importano sussidiari e abbecedari»; soprattutto contro chi vuol far credere «che il soffrire in questo mondo è un capitale di cui si riscuotono i frutti nell’aldilà», Le avventure di Pinocchio smentiscono il fideismo liberaleggiante con la forza del buonsenso borghese, socialmente aperto e soprattutto laico. Non a caso Pinocchio è un libro senza Dio. Il nome di Dio non compare mai, così come non ci sono mai donne, né preti, né frati. Neanche un cavallo, solo somari, anzi ciuchini. Perché Collodi, vero scrittore plebeo, ha qualcosa da dire a tutti, credenti e atei, sotto tutti i cieli, specialmente i più tempestosi. Anche per questo non passa di moda.
Prodigioso inventore di animali parlanti (il Grillo, gli Scimmioni del Tribunale che condannano Pinocchio perché è stato derubato, il Gatto crudele, la Volpe ipocrita), creatore di fantasiosi furfanti (l’Omino del Paese dei Balocchi, che non dorme mai, eterno simbolo del Male), ideatore di fate terragne e di ingenui monelli, di artigiani laboriosi e orchi malandrini, Collodi ha rivelato qual è la verità di questo suo universo sostanzialmente contadino. Lo ha fatto raccontandone i sogni, quelli della gente comune, che servono a dimenticare perfino la fame, le ingiustizie, le disgrazie. Con una favola ironica, scanzonata, rassicurante come la buona terra toscana da cui traggono impulso tutti i personaggi, e i loro dialoghi, che sono alla base della scrittura dell’autore, un italiano casalingo e pastoso. Ci voleva un genio per costruire una storia così, con dentro tutto, anche l'uomo di domani.
Collodi muore di aneurisma polmonare la sera del 26 ottobre 1890, davanti al portone di casa. Disperato e solo. Poco tempo prima gli era morta la madre, la sua Fatina dai capelli turchini.