Burlando: «I diritti umani in Cina? Noi peggio di loro»

Il presidente della Regione: «Gli occidentali non possono dare lezioni di democrazia»

Insomma. Un povero presidente di Regione si scoppia qualcosa come 8172,35 chilometri per arrivare nell'altra metà del mondo, s'affatica dicesi dodici giorni a prendere contatti-allacciare rapporti-concludere affari. E poi quando torna in piazza De Ferrari non solo deve leggersi una rassegna stampa alta due palmi nella quale pensava di trovare solo lodi e invece ha incrociato pure aspre critiche, ma deve pure presentarsi in aula e rispondere a quel provocatore di Gianni Plinio il capogruppo di An che gli domanda se per caso «nell'ambito dei numerosi incontri con le autorità della Repubblica popolare cinese abbia trovato il modo di sollecitare, oltre la stipula di accordi di natura economico-commerciale, anche il rispetto dei fondamentali diritti umani e civili tuttora negati come ampiamente documentato dalla stessa Amnesty International». Troppo, troppo persino per la flemma di Claudio Burlando. Ieri in consiglio regionale tutti s'aspettavano che il governatore avrebbe liquidato con un «tutta demagogia» la questione. E invece lui s’è impuntato, sarà che gli attacchi per il mancato appello ai diritti umani non sono arrivati solo da Plinio o dal Giornale, ma anche dal Cittadino, il settimanale dei cattolici, giusto per dire.
Così, Burlando non solo ha sottolineato che mica spetta alla piccola Liguria occuparsi di siffatto impegnativo tema, ma si è lanciato in una dissertazione sull’opportunità stessa, per un occidentale, di andare a far la morale ai cinesi. Testuale: «Se io fossi un non occidentale avrei qualche problema a farmi dare lezioni di democrazia da un occidentale». Perché, fa notare il presidente, «da che pulpito» verrebbe la predica: da chi «ha armato Saddam contro Khomeini, da chi ha armato Bin Laden contro i sovietici». Dai banchi della maggioranza i compagni annuiscono, da quelli dell’opposizione sale l’insofferenza. nella sua interpellanza, Plinio aveva ricordato che «in Cina vige tuttora la pena di morte, la tortura e la repressione violenta del dissenso politico e delle libertà religiose, insieme con la pratica sistematica del lavoro forzato che sfrutta anche i minori». Il capogruppo di An aveva poi elencato altre brutture della Repubblica popolare: vescovi e cristiani incarcerati, 5mila esecuzioni capitali solo nel 2005, mille campi di lavoro forzato, i cosiddetti Laogai, «dove lavorano dai 4 ai 6 milioni di bambini e dove 50 milioni di cinesi sarebbero stati internati almeno una volta», sottolineando che «a mio giudizio i diritti umani vengono prima delle ragioni di opportunità diplomatica e degli stessi scambi commerciali».
Dice Burlando che «non ho affrontato il problema dei diritti umani in Cina con le persone che ho incontrato, ma non è necessario andare in Cina per sollevare questioni, lo si può fare anche da qui». replica Plinio che «appunto, ma lei neppure qui lo ha fatto, né lo sta facendo ora». È a quel punto che il presidente si indispettisce: «Mi domando che pulpito sia il suo, visto che il segretario del suo partito (Gianfranco Fini, ndr) ha appena detto che il colonialismo italiano è stato qualcosa di buono». E poi, suvvia, «questo è un tema che non può essere agitato per motivi politici durante una missione commerciale», un tema che «o è un grande tema sempre o non lo è mai», un tema che, comunque, non tocca alla Liguria affrontare: «Non credo che la Liguria abbia possibilità di iniziativa sul tema dei diritti umani, e se ce l’ha non so perché non l’ha fatto lei». Ergo: «Se ne deve desumere che questa iniziativa consiliare sta nel quadro della propaganda, che le è congeniale ma che non mi appartiene, perché io sono qui per fare altre cose». E uno dice: l’ha steso. Invece Plinio prende la parola e torna a bomba: «Vorrei sanare il deficit di memoria del presidente» esordisce. E giù a ricordare che lui sì che se occupò, dei diritti umani. Da presidente del consiglio regionale ricevette il rappresentante ufficiale in Italia del Dalai Lama, e al termine dell’incontro la Regione emanò un comunicato di censura del governo cinese per la soppressione dei diritti in Tibet. Quanto al «vituperato colonialismo», da vicepresidente della giunta Plinio incontrò il presidente della Repubblica eritrea Isaias Afwerki, «il Giuseppe Garibaldi della situazione, che liberò il suo Paese dalla dominazione etiope», che gli disse di voler instaurare rapporti commerciali privilegiati con l’Italia proprio per «quanto il popolo italiano fece per il popolo eritreo, realizzando opere pubbliche, case, scuole proprio nel periodo coloniale».
Di qui il contrattacco: «La verità è che Burlando è rimasto muto come il proverbiale pesce tutte le volte che, sia pure timidamente, avrebbe potuto richiamare il rispetto dei diritti». Il presidente del consiglio regionale Mino Ronzitti suona la campanella, «collega Plinio la invito a concludere», macché: «Burlando è un democratico a corrente alternata: è logorroico sui diritti sindacali a Genova, ma è muto sui diritti umani quando va in un Paese antidemocratico, da bravo erede di quel partito comunista che applaudì la repressione sanguinaria dell’Urss a Budapest».
È il putiferio. Luigi Cola dei Ds sbotta: «Il Pci ti ha consentito di stare lì a dire le belinate che dici». Plinio: «Lei è un vecchissimo comunista e non si smentisce mai», Ronzitti suona la campana all’impazzata.