Burlando: "Noi eticamente superiori? Mai stato d’accordo, però abbiamo più doveri"

Il governatore ligure: "Dobbiamo rendere conto prima di tutto ai nostri elettori che giustamente ci chiedono sobrietà e rigore"

Genova - Claudio Burlando, lei che è il governatore della Liguria, dalemiano...
«Io, veramente, mi sono sempre definito burlandiano. Certo, poi non rinnego la mia amicizia con Massimo».

...pensa che quello che sta accadendo nel Pd sia una resa dei conti contro le truppe di D’Alema?
«No, non credo affatto a questa lettura. Fra l’altro, ad esempio, oggi non so dove si collocherebbe esattamente nel Pd Leonardo Domenici, persona seria e molto perbene, come è riconosciuto da tutti, che conosco da un sacco di tempo».

Vuol dire che anche lei sarebbe andato a incatenarsi con un cartello?
«L’ha detto chiaramente lui: ha voluto manifestare la sua esasperazione».

Se Domenici è esasperato per gli articoli, lei nel 1993 cosa avrebbe dovuto fare? Era sindaco di Genova, la indagarono per due storie di Tangentopoli, si dimise immediatamente, fece una settimana di galera, la assolsero con formula piena dopo due e dopo quattro anni. In primo grado e l’accusa non fece ricorso!
«In entrambe le occasioni, scelsi il rito abbreviato e tempi così lunghi fanno ancora più impressione».

È chiaro che una giustizia così non funziona.
«È chiaro, ma è anche chiaro che - per troppo tempo - la giustizia è stata condizionata dalla ricerca di impunità che ha portato a norme come quella sul falso in bilancio, la Cirielli, la Cirami. Fa sorridere il fatto che Berlusconi oggi parli di questione morale solo del Pd. Di fronte a questa roba, una parte del Paese si incavola».

Quella parte del Paese, però, è stata regolarmente «drogata» da voi che avete trasformato i magistrati in superstar e gli avvisi di garanzia in condanne definitive.
«Gli atteggiamenti giustizialisti nel nostro Paese ci sono e non vanno bene. Serve garantismo, ma vero, sincero. Non un’impunità mascherata da garantismo. Solo poche settimane fa Giulio Tremonti ha dovuto minacciare le dimissioni per far abolire una norma salvamanager proposta da parlamentari del suo schieramento».

Le pare che il garantismo sincero possa partire dall’autocertificazione del fatto che una parte del Paese è migliore dell’altra e onesta per definizione?
«Non ho mai avuto l’idea di diversità come superiorità che è stata attribuita al Pci».

Che il Pci si è attribuito!
«Ok, che il Pci si è attribuito. Questa idea non è la mia. Nessuno, nemmeno il Pd, può dire: “Questo non mi riguarda, io sono superiore”. Anzi, io credo che - da parte nostra - serva una sobrietà e un rigore superiore nei comportamenti, anche in quelli che non riguardano fatti di rilevanza penale».

Si riferisce alle inchieste su esponenti del Pd a Genova?
«Anche. Sono uscite cose che magari non hanno alcun rilievo penale, ma che non sono belle. Noi dobbiamo rispondere non solo alla magistratura, ma a tanti militanti, a tanti elettori, a appassionati della politica che giustamente ci chiedono sobrietà e rigore».

A lei, ad esempio, alcuni ultrà del giustizialismo rimproverano rapporti troppo stretti con il mondo dell’imprenditoria.
«Sarebbe grave se il presidente di una Regione e un politico in generale non avesse rapporti con tutti i mondi. Tranne quelli, ovviamente, che è scontato non avere. Da ministro dei Trasporti, ad esempio, quando mi occupavo del porto di Gioia Tauro non facevo un passo senza il supporto della Dia».

Eppure, anche recentemente, un giornale di riferimento della sinistra ha usato la parola «coinvolto» per parlare delle sue conversazioni con un indagato.
«Questo è pazzesco. Detto che quell’indagato era un imprenditore e non Al Capone e detto che non si dice di cosa stavo parlando, è incredibile che si pubblichi una notizia del genere. Allora, a quel punto, è meglio dare l’intercettazione completa».

Ai giornali qualcuno passa le notizie.
«Certo, anche al Giornale, qualcuno ha dato le parole di D’Alema espunte dall’inchiesta, sulle scalate bancarie. Ma credo che occorra trovare dei correttivi per questo rapporto distorto fra informazione e magistratura o polizia giudiziaria. Far uscire solo determinate notizie, prima addirittura che le difese ne siano in possesso, è inaccettabile. E, spesso, dopo questo circuito, quando si arriva al processo, sembra quasi non interessi più a nessuno».

Quindi lei cosa suggerisce?
«Primo: tempi più rapidi. Secondo più sobrietà da parte di politici e imprenditori, ma anche di magistrati e giornalisti. Terzo: un nuovo spirito costituente, dove le parti si combattono, ma si rispettano e, quando serve, collaborano. E lo dico a entrambe le parti, anche alla mia. Se vogliamo salvare questo Paese».