Burlando promette: «Voglio far tornare le barche in Marina»

(...) e che, come avete segnalato giustamente sulle vostre pagine, sono in gioco decine di posti di lavoro. Per questo - conclude Burlando - dobbiamo metterci subito al lavoro per dare un assetto definitivo alla struttura». Al «tavolo» in prefettura (che si dedicherà anche alla crisi della «Serafino Bruzzone» di Voltri) parteciperanno tutti i soggetti istituzionali interessati: oltre alla Regione, anche l’Autorità portuale, la Fiera, la Provincia e il Comune di Genova. Sono gli stessi interlocutori chiamati in causa, nei giorni scorsi, da noi e dalle aziende sorte intorno alla Marina (che si sono autotassate comprando una pagina sul Giornale per lanciare il loro grido d’allarme). Ci vorrà qualche mese di tempo e qualche passaggio obbligato di tipo burocratico-amministrativo, in particolare per completare la procedura di assegnazione degli spazi, ma - riconosce sempre il presidente della giunta regionale - le attività economiche che gravitano negli spazi della darsena devono poter continuare la propria attività. Senza subire le conseguenze rovinose di un imbarcadero senza barche, costato 45 milioni di soldi pubblici, ma utilizzato solo un mese all’anno in occasione del Salone Nautico. L’assurdo è proprio questo: ci sono della banchine perfettamente funzionali, ci sono, a pochi metri, spazi e soprattutto imprese in grado di fornire servizi mirati ai diportisti.
Ci sono, dunque - ci sarebbero - tutte le opportunità per mettere a frutto le banchine che possono ospitare oltre duecento imbarcazioni, ricavandone risorse ingenti, dirette e indotte, a beneficio dell’intera città. E invece, da quasi due anni, dal momento del «varo» in pompa magna, la Marina vede gli yacht solo fra settembre e ottobre, mentre le imprese dell’area darsena, che hanno investito capitali e assunto personale fidandosi delle promesse originarie - «Sarà la più bella Marina del Mediterraneo!» - vedono i clienti col contagocce. Con incassi da fame. Burlando ha preso atto e ha pensato bene di agire. È la quarta volta che lo fa, negli ultimi mesi, a seguito di segnalazioni del Giornale: prima per risolvere il caso della «casa famiglia» di Cornigliano, da lui inaugurata in clima pre-elettorale e mai operativa per la mancanza di permessi che dovevano essere forniti dalla Regione. Secondo caso risolto, quello della famiglia alla disperazione, sfrattata per morosità dall’Arte: legalmente ineccepibile, moralmente insostenibile. Il presidente si dà subito da fare «ignorando» la sacralità della burocrazia. Infine, il problema più recente e non meno importante: le borse di studio dell’Università assegnate, ma non liquidate agli studenti meritevoli. Burlando scuote l’ente preposto e riesce a rimettere in moto la macchina. Sempre, naturalmente, facendo precedere l’iniziativa da una telefonata in redazione...