Burlando «vede» il bluff e zittisce la Sinistra

E Claudio Burlando mostra i muscoli. Sfida gli alleati per disinnescarli. Lo aveva fatto martedì, come riportato puntualmente, parola per parola, ieri sul Giornale. Lo ha voluto rifare ieri mattina in consiglio regionale, davanti a tutti, perché non ci fossero fraintendimenti. Perché tutti sentissero quelle parole rimaste registrate e a verbale.
Stava presentando il bilancio della Regione tra uno sbadiglio per i riferimenti ai mutui americani e un chiacchiericcio a coprire le frasi sul minore aumento delle tasse. Ha richiamato l’attenzione di tutti svoltando sull’analisi del voto. Sul «muro di Berlino che finché c’è stato non poteva permettere una vittoria della sinistra» e sulla «alternanza che finora in Italia non ha mai consentito di avere cicli di governo lunghi come in altri paesi». Ultimi sassolini da campagna elettorale sulla crisi di Malpensa e sulle promesse che sarà dura mantenere da chi va al governo. Poi l’affondo. «Gli italiani hanno fatto la riforma elettorale con il loro voto - taglia corto Burlando - Gli italiani hanno detto no a un parlamento proporzionale. Può piacere o non piacere, a me piace, ma hanno chiesto una semplificazione, lasciando in parlamento solo alcune forze politiche». Che la Sinistra Arcobaleno si arrangi, il popolo è sovrano. Lo chiarisce subito: «E comunque in parlamento la sinistra c’è, questi partiti rimasti fuori troveranno modo e forme per essere presenti». Chiaro il concetto? Per Gianni Plinio sicuramente sì, e non solo per lui, visto che il capogruppo di An sottolinea subito goduto: «Signor presidente, vedo delle belle facce soddisfatte tra i banchi dei suoi alleati». Lo spettacolo è da brividi. Marco Nesci (capogruppo di Rifondazione) fissa il soffitto, Giacomo Conti, suo segretario regionale, dà le spalle alla presidenza e cerca di non incrociare altri sguardi perché a parlare possano essere solo i suoi occhi, il comunista italiano Tirreno Bianchi sprofonda nel giornale che sta leggendo, Cristina Morelli dei Verdi sembra far finta di non sentire, mentre il suo compagno Carlo Vasconi assume il colore di bandiera ma continua ad ascoltare Burlando. Per la cronaca, in aula c’erano anche Lorenzo Casté e Franco Bonello, ma solo per la cronaca. Mentre il presidente dell’assemblea Mino Ronzitti ricorre al suo ruolo istituzionale per obbligarsi a rintuzzare il commentino velenoso di Plinio.
Mica è finita. C’è in ballo il cambio di maggioranza. Casini in vista per Burlando, in senso buono. Nel senso che la trattativa con l’Udc è avviata. Testuale del governatore: «Non ho intenzione di cambiare la Sinistra Arcobaleno con l’Udc - è lapidario - Perché le alleanze non si cambiano in corso, ma semmai quando si inizia un’avventura politica. Poi? Poi si valuterà. Dobbiamo prendere atto che il centrodestra ha perso un pezzo del centro. Questo è quello che valuteremo insieme». Da notare i tempi dei verbi: ora non si cambia, poi si dovrà valutare.
Tutti attoniti, a parte chi si ostina a dire che Burlando non ha detto niente. O chi preferisce far finta di niente. Marco Nesci lascia l’aula con quella faccia un po’ così che non è solo di chi ha perso le elezioni: «Mi sembra che Burlando abbia detto una cosa importante. Cioè che non si cambia». Ha anche detto che è contento della scelta degli italiani, di «semplificare» il sistema cancellando la Sinistra Arcobaleno, che comunque una sinistra c’è, e che tra due anni si vedrà l’alleanza. Fuoco alle polveri: «Prima di dire che la sinistra è morta, calma - replica stizzito - In parlamento ci sarà anche qualcuno di sinistra, ma io vedo soprattutto tantissimi democristiani, molti vaticanisti e qualche leghista. E tra due anni... ne deve passare di acqua sotto i ponti». Ha vinto Burlando. Voleva dimostrare e chiarire subito alla Sinistra Arcobaleno in cerca di visibilità che se vogliono andarsene la porta è aperta. Sapeva bene che il rompete le righe, il voto subito, vorrebbe dire cancellare la sinistra radicale anche dal consiglio regionale, vorrebbe dire perdere stipendi e posizioni difficili da ritrovare, vorrebbe dire «semplificare» anche la Liguria, magari con l’Udc come ruota di scorta in cambio di chi invece dovrebbe reinventarsi un lavoro.
Anche lui, Claudio Burlando, esce per interpretare il suo discorso. E lo ribadisce tale e quale: «Ora non vedo motivo di fare scelte e maggioranze diverse». Ma subito: «Lo scenario politico sta cambiando, non sarò certo io in Italia il primo a decidere cosa fare con l’Udc. Dipende dall’evoluzione del quadro politico». Ma le stilettate sulla sinistra radicale fuori dal parlamento? La positiva «semplificazione» fatta dagli elettori? Gli sguardi a Casini per il futuro? «Ho fatto solo una fotografia della realtà». Così è se vi pare. E a lui, Burlando, pare.