Burlando vuole trasformare la Liguria nella Cina

Ferruccio Repetti

Sì, folgorato sulla via di Shanghai: ecco cos’è capitato al nostro (vostro, anzi loro!) presidente della Regione Liguria, ingegner Claudio Burlando. È bastata una gita, pardon: una missione politico-commerciale nell’ex Celeste Impero da tempo convertito ideologicamente e sanguinosamente al rosso, per scatenare l’entusiasmo, ma che dico? l’amore che va oltre la ragione, nei confronti della Cina e dei cinesi. Senza se e senza ma. Oddio, qualche «ma» se lo concede anche lui, Burlando, ridendo e scherzando. Come quando - è successo ieri mattina, nel suo intervento a braccio in occasione della presentazione della nuova Darsena in Fiera - si lascia scappare affermazioni tipo: «Questa magnifica struttura è stata costruita con tempi cinesi, ma canoni occidentali», che non pare proprio un gran complimento per i suoi amici del governo di Pechino. Non basta: preso dalla foga, il presidentissimo della Liguria ammette pure che «è vietato ai cittadini cinesi andar per mare, se non per la pesca o le attività di trasporto», ma insomma, cosa volete che sia? In fondo - è sempre lui ad annunciarlo, da buon profeta - il fatto che stiano costruendo una cittadella dedicata alla nautica «a distanza di 29 (!) minuti di treno da Shanghai, è un segnale inequivocabile che il blocco ai diportisti sta per cadere». Un po' come capiterà, altrettanto inequivocabilmente, per la democrazia parlamentare, le libertà civili, il rispetto dei diritti umani: prima o poi, un secolo o l'altro, non c'è fretta. Soprattutto per chi in Cina ci sta quindici giorni, visita la Città proibita, il Tempio del Cielo, la Grande Muraglia e i guerrieri di terracotta di Xian, ma poi torna a fare politica nella valle di lacrime occidentale. Dove, com'è successo ieri mattina, non perderà occasione per promuovere - o giustificare a oltranza? - la missione in Oriente. A sentire lui, Burlando, mentre pontifica alle autorità e agli operatori convenuti negli spazi più grandi del Mediterraneo a disposizione dei 3mila maxiyacht «erranti», il confronto con la realtà industriale e commerciale cinese è importante, almeno tanto importante da rendere urgente e indispensabile una spedizione della Regione Liguria - la stessa Regione che piange miseria un giorno sì e l'altro pure - per acquisire commesse e convincere i nababbi con gli occhi a mandorla a convertirsi allo stoccafisso e al pesto dop. Costi quel che costi, tanto pagano i contribuenti liguri. I ritorni saranno straordinari (promette sempre lui): «A chi pensa di non voler correre questo rischio vorrei dire che anche rinunciando ad aprirsi a quei mercati è un rischio, e che le azioni delle istituzioni italiane e regionali di queste settimane rappresentano l'ultima occasione per salire su un treno già in corsa con a bordo altri Paesi». Può bastare, per ottenere la cittadinanza onoraria di Tien Jin e il diploma di «compagno di Tien An Men»? Niente affatto. Va be' che davanti agli occhi c'è la nuova Darsena, cioè una struttura che porterà davvero - e soprattutto farà sostare, per periodi lunghi - a Genova e in Liguria grandi imbarcazioni, con ingenti ricadute sull'economia locale. E va be' che l'occasione del taglio del nastro ha già consigliato a tutti gli oratori - il sindaco Giuseppe Pericu, il vicepresidente della Provincia Paolo Tizzoni, il presidente della Fiera Paolo Lombardi, oltre al padrone di casa delle aree, il presidente dell'Autorità portuale Giovanni Novi - di limitarsi a interventi di circostanza, misurati e strettamente attinenti al tema. Ma per il presidente ligure naturalizzato cinese - che aveva simpaticamente esordito con un «Basta parlare della Cina! » - l'opportunità è di quelle da non perdere. E torna sul luogo del delitto: «Tranquilli. Me l'ha assicurato l'ex governatore della Banca centrale, che è tanto amico di Ciampi». Insomma: i cinesi sono pronti a salpare. Noi, invece, con questi qui, ci vuole tutta che stiamo a galla.