Burocrati ammazzabellezze

La sensazione è di assoluta impotenza, davanti ad apparati dello Stato che assistono inerti, quando non favoriscono, la distruzione del patrimonio artistico nonostante segnalazioni, interrogazioni parlamentari, raccolte di firme, associazioni che promuovono convegni. Molte parole, molta indignazione, molta disperazione. Ma intanto il patrimonio artistico viene selvaggiamente violato. E, mentre prima i responsabili potevano essere individuati nelle fameliche amministrazioni locali che macinano appalti con perverso attivismo, oggi possiamo pubblicamente denunciare funzionari, ispettori, membri di comitati del ministero per i Beni culturali che, informati e sollecitati, consentono massacri.
Ministri e sottosegretari delegano interventi a capi dipartimento o a direttori generali o direttori regionali, e anche sovrintendenti, che sembrano compiacersi di non ostacolare ciò che le leggi proibiscono, in modo chiaro ed esplicito, e che il buonsenso indica come atti criminosi. Con sorrisi e facezie si fanno complici di delitti annunciati. Li ho davanti a me, ne vedo le facce, mentre assistono allo stupro del paesaggio, incapaci di difenderlo, colpevolmente indifferenti. Sono persone civili, educate, ma nel loro profondo insensibili, senza passione: Francesco Sicilia, al vertice del ministero per i Beni culturali, Roberto Cecchi, direttore generale per i Beni architettonici e per il paesaggio, l’architetto Bonfatti Paini, presidente del Comitato di settore, gli ispettori centrali Giuliana Algeri e Stefano Rezzi, i direttori regionali Ragni e Turetta, il sovrintendente Pernice, tutti insieme, con diverse responsabilità, hanno consentito, poche ore fa, l’abbattimento del Politeama Garibaldi ad Acqui Terme, un teatro della fine dell’Ottocento ritenuto di nessun pregio. Inutili le grida di parlamentari di ogni parte politica, Biondi, Rava, Patria, Pistone, il sottoscritto, inutili le sollecitazioni del sottosegretario Bono. Due ispettori, come oracoli, hanno firmato la sentenza di morte. E finalmente al posto del teatro si potrà realizzare un garage. Avevo ritenuto principale colpevole il sindaco, mi ero sbagliato. Non era solo: aveva a fianco, insensibili come lui, i sovrintendenti Pernice e Turetta.
Scenario analogo a Piacenza, dopo mesi di lotta, con l’aggiunta di un qualificato intervento del Tribunale amministrativo regionale che guarda le carte e non i luoghi, condannando il paesaggio alla turpitudine delle periferie suburbane fra tangenziali e bretelle. Così il comitato di settore del ministero ha dato il via libera all’infame bretella voluta dal sindaco di Piacenza davanti a Villa Serena alla Veggioletta, la più bella villa piacentina del Settecento, integra nel suo ambiente da due secoli e mezzo come ancora si vede nelle mappe napoleoniche. Niente da fare: il brutto deve prevalere. E non basta qualche flebile voce in dissenso. L’architetto sovrintendente Serchia propone il vincolo; il direttore regionale non lo perfeziona. E così il sindaco, felice e euforico, invia le ruspe, distrugge l’antico viale e taglia la visione della villa con la sua amata bretella.
Questi drammatici esempi di violenza, impotenza ed impostura sembrano togliere ogni speranza e dovrebbero indurre (perfino me) alla rassegnazione. Io ho creduto in quei funzionari, nella loro missione e nel loro impegno per la difesa del nostro patrimonio. Ho ritenuto che la mia battaglia fosse la loro, che comune fosse la passione per salvare l’Italia dai barbari. Ho talvolta attribuito le responsabilità e le colpe ai ministri. Mi ero sbagliato. Oggi vedo queste anime morte guardare con occhi vuoti alla catastrofe senza reagire. E, anzi, perfino irridendo e fingendo di impegnarsi in obiettivi di tutela. Così, per estremo paradosso, mentre si abbattono teatri e si distruggono paesaggi si consente a capricciosi funzionari di fingersi tutori scrupolosi e rigorosi dei beni culturali, impedendo ai cittadini di vedere capolavori sequestrati per restauri e sottraendoli anche per decenni alle loro sedi naturali. E, intanto, ostacolandone il prestito a esposizioni promosse e finanziate dallo stesso ministero.
È accaduto due volte, e sempre con Caravaggio, dichiarando senza ragione, e per puro feticismo, di volerlo salvaguardare da pericoli che non vi sono più che per qualunque altra opera d’arte. Così, mentre l’Italia viene saccheggiata e stuprata, l’Istituto centrale del restauro inventa che La conversione di Saulo del Caravaggio della collezione Odescalchi è fragile, non può viaggiare, deve restare chiusa nella casa dei privati che la posseggono. Con ciò, di fatto espropriando loro di un bene che gli appartiene e tutti i cittadini della possibilità di goderne. La bellezza ci viene rubata, e tanto più è grave perché il dipinto è in perfette condizioni, può benissimo muoversi e non corre alcun rischio.
Non bastasse questa prova di prepotenza burocratica, quattro giorni fa lo stesso Istituto del restauro diretto da tale Caterina Bon di Valsassina, insiste nel suo abuso sottraendo la potestà di un altro capolavoro di Caravaggio, molto sciupato e molto restaurato, e sul quale è sconsigliabile intervenire ancora, ma che non può in alcun modo peggiorare il suo stato, al suo legittimo proprietario, il ministero degli Interni, con il Fondo edifici di culto, e al suo naturale tutore, la Regione Sicilia. Infatti Il seppellimento di Santa Lucia del Caravaggio, appartenente allo Stato italiano, è in deposito presso il museo Bellomo di Siracusa. Non basta la volontà del proprietario e del tutore naturale per consentire ai cittadini di vederlo nella grande mostra milanese «Caravaggio e l’Europa», perché il dipinto non viene consegnato essendo in fase di «monitoraggio». Cioè niente. Guardato da occhi inesperti e minacciosi nella prospettiva di mettergli le mani addosso per rovinarlo con un inutile restauro.
Morale: si distruggono i teatri, si sconvolge il paesaggio, si deturpano le ville. Il ministero tace e acconsente. Quando si pronuncia è per impedire che i cittadini possano vedere e conoscere il patrimonio artistico che forse potrebbe essere ferito dai loro sguardi. A Milano, però. Perché a Roma, nella Notte Bianca di qualche settimana fa, Il seppellimento di Santa Lucia fu oscenamente esibito senza alcuna preoccupazione, davanti agli occhi di migliaia di notturni festanti. Quello andava bene. Poi, la povera santa è dovuta tornare in clausura, alla faccia dell’Autonomia siciliana, per volontà di Bon Caterina. Così va l’Italia. E ancora speriamo che si possa far qualcosa perché la bellezza non sia in balìa dei burocrati.