Tra burocrati e mafiosi si mette in mezzo il telefono

Prefetti e burocrati ottusi di gattopardesca memoria, incarnazione di un potere stupido e perciò pericoloso, pullulano nella Vigàta di fine '800, prolificano fino ai giorni nostri, intralciando le indagini di Montalbano. Andrea Camilleri, con la sua Concessione del telefono, accolto alla Corte da calorosi applausi, punta il dito contro uno stato connivente o quantomeno indifferente. Quella che porta in scena Camilleri è l'ambigua e variegata umanità di Vigàta: un prefetto squilibrato, carabinieri che contraffanno da sedizioso incidente un omicidio per salvare la faccia dell'Arma; e mentre del mafioso Don Lollò la giustizia proprio non si occupa, gli unici funzionari sensati e onesti finiscono in Sardegna: dietro il comico il grottesco affiora prepotente e amaro.
Dalla società alle responsabilità del singolo: l'uomo, anzi il Siciliano, "schiacciato tra lo Stato e la mafia" deve scegliere. Non c'è posto per gli ignavi come Pippo Genuardi (Francesco Paolantoni), che, alternativamente, vende l'amico alla mafia e lo salva in extremis: "Non c'è scampo: il male si fa o si patisce", sentenzia Adelchi morente. È forse questo il cuore del dramma, l'uomo trincerato dentro un universo di carta inutile come le grida emanate contro i bravi di Don Rodrigo. Un mondo labile, in cui la comunicazione, infarcita di dossier, lettere, denunce, ne risulta ancora più ingarbugliata: un banale scambio di consonanti causa un quarantotto, la Gazzetta di Palermo, squadernata davanti ai visi dei personaggi, distorce la verità, fino a volarsene via come un aquilone ….come la Fama di Virgilio, con mille orecchi e mille bocche. Anche parlando non ci si comprende: le inintellegibili improvvisazioni di Pippo davanti a Don Lollò (Tuccio Musumeci), le storpiature di vocaboli, l'uso della smorfia napoletana del prefetto. Insomma, il linguaggio è un codice svuotato di senso, è sostituito dalla fisicità, dai coltelli "che escono a prendere aria", dagli omaggi di pesce fresco per accattivarsi il funzionario dell'ufficio poste e telegrafi.
Eppure all'origine di tutto c'è proprio un desiderio di comunicazione e la richiesta di installare una linea telefonica: pericolosa azione sovversiva secondo le autorità, nessuno si interroga realmente sul suo scopo, fino all'inaspettato finale di corna e delitto d'onore.
La pièce, diretta da Giuseppe Dipasquale, è divertente e feroce, animata da personaggi da Commedia dell'Arte, maschere espressionistiche dai tic più disparati, come l'elaborata riverenza con giravolta della gamba di legno di Mancuso (Pippo Pattavina). Non mancano caratterizzazioni di genere, come Don Pirrotta che salmodia mentre confessa la moglie di Pippo, Taninè, e l'ingessato carabiniere in groppa a un cavallo di legno. Le scene di Antonio Fiorentino ricostruiscono il mondo affogato nella carta del racconto, tramite cataste di faldoni che, spostate secondo necessità, diventano sedili e tavoli. I costumi di Angela Gallaro sono abiti tempestati di scritte, abbinati a marsine, giacche e soprabiti sgargianti e arlecchineschi. Tutti bravi nel cast, affiatato e veloce nei cambi di scena, con un Pippo Patavina rocambolesco trasformista.
Repliche fino al primo aprile.