La burocrazia costa alle imprese 8mila euro l’anno

Andrea Fontana

Burocrazia, quanto mi costi. Tra moduli, certificati, reclami e code agli uffici le piccole e medie imprese (Pmi) milanesi spendono per le pratiche con la pubblica amministrazione quasi il 5% del fatturato annuo, qualche decimale in più rispetto alla media nazionale che fa segnare il 4,4%. Che si affidino a società esterne o che optino per il «fai da te», le imprese della provincia devono fare maggiori sacrifici rispetto al resto d’Italia per star dietro a pratiche e autorizzazioni. Oltre 8mila euro all’anno vanno nelle tasche dei consulenti (5.800 euro il dato medio italiano), mentre chi prova a tagliare questa voce di spesa deve comunque mettere in conto il tempo perso dai dipendenti tra sportelli e marche da bollo: 33 ore per le Pmi milanesi contro le 24 della media nazionale.
Non stupisce allora che, chiamate a giudicare l’apparato burocratico, le 236 aziende con meno di cinquanta dipendenti interpellate dalla fondazione «Promo» non si lancino in elogi e apprezzamenti. Al contrario: insufficienze da matita blu per semplicità delle procedure, tempi di attesa e organizzazione degli uffici, poco meglio la competenza del personale e i servizi via internet. Proprio i fattori che le imprese considerano più importanti per la loro attività, sono quelli che portano a casa i giudizi peggiori. Nel complesso, gli uffici pubblici incassano un «5 meno» in pagella: dall’adeguatezza degli orari di apertura alla possibilità di ottenere chiarimenti, non si salva neppure una delle 16 voci considerate. «In una realtà economica sempre più europea e internazionale, la competitività si sviluppa a partire dalle infrastrutture di servizio - ha sottolineato Carlo Sangalli, presidente della Camera di commercio di Milano, che ha promosso la ricerca -. La pubblica amministrazione deve essere in grado di fornire servizi efficienti, in tempi rapidi e con soluzioni personalizzate». E data la situazione attuale lo stato della burocrazia non può che migliorare: più di una Pmi su due è ottimista in un incremento della qualità dei servizi nei prossimi tre anni.