La burocrazia «ruba» al made in Italy 16,6 miliardi l’anno

Sedici miliardi all’anno: un’altra tassa occulta per le imprese, dopo quella dovuta ai ritardi della giustizia, ma questa volta a inghiottirla è il Moloch della burocrazia. E se a Nord esistono oasi felici dove la pubblica amministrazione è amica, per gli imprenditori del Centro-Sud non c’è scampo: aprire un’azienda richiede tempi biblici e costi in proporzione.
Lo dimostra la classifica elaborata dall’Ufficio Studi di Confartigianato, che ha misurato per ciascun territorio provinciale la qualità dei servizi pubblici necessari per avviare e gestire un’attività imprenditoriale: dai tempi di pagamento della Pubblica amministrazione nei confronti delle aziende private alla possibilità di effettuare pagamenti online. Sul podio, troviamo Ravenna, Reggio Emilia e Prato, mentre Catanzaro è maglia nera: ma non sta molto meglio la capitale, che finisce al penultimo posto, seguita da Campobasso.
L’ennesima fotografia di un’Italia a due velocità, che preoccupa Confartigianato: «È impensabile che un’impresa è favorita se si trova in provincia di Ravenna e sfavorita se è in provincia di Catanzaro, la concorrenza non è leale perché non dipende dalle capacità ma dalla sorte», sottolinea il presidente Giorgio Guerrini che, per equiparare le situazioni, chiede al governo di «dare attuazione concreta al provvedimento contenuto in Finanziaria sulla “Segnalazione certificata di inizio di attività“ (Scia), per cui un imprenditore apre un’impresa e poi vengono fatti i controlli».
Un provvedimento in cui Confartigianato ripone grandi speranze, e che dovrebbe migliorare i risultati già ottenuti dalla Comunicazione unica, che da aprile scorso permette a chi vuole creare una nuova impresa o comunicare variazioni di imprese già esistenti di ottemperare agli obblighi di legge verso Camere di Commercio, Inps, Inail e Agenzia delle Entrate: in pratica, si inoltra la comunicazione ad un solo destinatario che si fa carico di trasmettere agli altri enti le informazioni di competenza di ciascuno. Un buon inizio, ma molto resta da fare: è ancora elevato il numero di pratiche da gestire in fase di avvio e insufficiente l’utilizzo da parte della Pubblica amministrazione delle tecnologie online. Nei settori della gelateria artigianale, dell’acconciatura e dell’edilizia, ad esempio, rimangono fuori dall’ambito di ComUnica 14 delle 16 procedure necessarie per avviare l’impresa. Particolarmente difficile la situazione delle microimprese: secondo l’ufficio studi, infatti, le aziende dei settori manifatturiero, costruzioni e servizi «bruciano» in burocrazia 16,629 miliardi di euro l’anno, pari a circa un punto di Pil, equivalente ad un costo medio per azienda di 12.334 euro. E la quota maggiore di questi oneri, pari al 76,3%, è a carico delle imprese con meno di dieci dipendenti. Tutto ciò condanna l’Italia al penultimo posto tra le 30 economie avanzate per la facilità di fare impresa, davanti solo alla Grecia, e al settantottesimo posto nella classifica mondiale.