A Busalla molti vogliono una raffineria per vicino

La fabbrica garantisce ricchezza e lavoro a centinaia di famiglie: i residenti preferiscono convivere con i rischi

Paolo Bertuccio

«Ricordatevi che se il nostro paese è così, un po' è anche merito dell'Iplom». Il senso del discorso del signor Enrico e di molti altri busallesi che la pensano come lui può non essere chiarissimo, se non si va a dare un'occhiata per strada. Rispetto ad altri centri dell'alta Vallescrivia, infatti, Busalla ha l'aspetto di un salottino molto curato. Belli i negozi, bella la strada principale. Attività commerciali, se non rigogliose, sicuramente più vive di quelle delle località limitrofe. Il rovescio della medaglia? C'è, ed è ben visibile sull'altra sponda dello Scrivia sotto forma di raffineria. Eccola, la famigerata Iplom che giovedì sera ha tenuto in apprensione tutte e seimila le anime che popolano Busalla e che adesso rischia di dividerle. L'incendio che ha colpito l'impianto fortunatamente non ha avuto gravi conseguenze, ma è proprio lo scampato pericolo a far esplodere il dibattito: meglio tenersi l'azienda che è qui da decenni, che ormai è un'istituzione e che, soprattutto, offre lavoro a centinaia di famiglie e le convince a restare per tenere in vita in un paese che altrimenti sarebbe morto e sepolto, oppure conviene far sloggiare quel mostro di tubi e torri che puzza, inquina e, come se non bastasse, rischia pure di saltar per aria?
E allora il signor Enrico non ci sta. Lui è uno dei pochi disposti a parlare apertamente. Enrico qualche parente che porta a casa la pagnotta grazie all'Iplom ce l'ha, così come ce l'hanno quasi tutti, da queste parti, e guai a toccargli la raffineria: Dopo il fatto dell'altra sera, quelli che ce l'hanno con l'Iplom, gli ambientalisti, torneranno alla carica, ma sono in pochi. I busallesi sono grati a questa azienda che dà da mangiare a trecento famiglie. E la sicurezza, la salute? È vero che quello dell'altra sera è l'incidente più grave mai verificatosi nell'impianto, ma «nessuno si è fatto niente. Vuol dire che le misure di emergenza funzionano. In quanto agli odori, in confronto a qualche anno fa la situazione è molto migliorata». Una fiducia incrollabile. C'è dentro la riconoscenza per chi porta il benessere economico ma anche il timore di vedere, un brutto giorno, parenti, amici e conoscenti senza un lavoro.
E allora il freddo dibattito politico-ambientale lascia spazio ai sentimenti e c'è anche chi letteralmente si commuove a parlare dell'Iplom, chi ti racconta con le lacrime agli occhi di aver sofferto per quei ragazzi e quegli uomini che erano lì dentro ad isolare l'incendio insieme ai pompieri. Chi ha voglia di parlare rievoca una nottata infernale, con la luce fortissima delle fiamme alte decine di metri e l'esplosione che tutti si attendono da un momento all'altro; viene fuori la storia del padre di un giovanissimo dipendente che arriva davanti al cancello degli impianti e lì viene colto da malore, ma non vuole essere trasportato al pronto soccorso «finché non so niente di mio figlio».
E poi le reti dei cellulari inutilizzabili a causa delle troppe telefonate, i carabinieri che allontanano la gente dagli immediati paraggi dello stabilimento per il pericolo di un'eventuale nube tossica ma che davanti alla bocca hanno soltanto una misera mascherina di carta.
Bruttissimi ricordi di una notte di inizio settembre. Nonostante tutto, quella parte di Busalla che ha sempre visto l'Iplom come una risorsa imprescindibile non se la sente ancora di riconsiderare la propria opinione, confortati dalle dichiarazioni del sindaco Pastorino: «L'Iplom si può chiudere anche da domani, ma mi dovete spiegare dove collocare le centinaia di persone che perderebbero il posto di lavoro».