Bush: «Dal 2001 in tutto il mondo sono stati sventati 10 attentati»

Per la prima volta il presidente americano fornisce i dati della minaccia. Dall’11 settembre gli uomini di Bin Laden hanno tentato di attaccare gli Stati Uniti tre volte

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Allarme, rivendicazioni, moniti. È a tre punte, e mira ad almeno altrettanti obiettivi, il discorso che George Bush ha tenuto in un istituto di Washington dedicato all’«allargamento della democrazia» nel mondo. In questi quattro anni, ha detto il presidente, «sono stati sventati almeno dieci importanti complotti di Al Qaida», tre dei quali riguardavano «piani di attacchi in territorio americano e almeno cinque altri tentativi di individuare obiettivi negli Stati Uniti e infiltrare nel nostro Paese “operatori” di terrorismo».
Un «bollettino della vittoria» che a taluni può apparire modesto come frutto di quattro anni di guerra al terrorismo internazionale. Bush è conscio di questo: «Compiamo progressi costanti e continui. Abbiamo ferito il nemico. Ma esso è ancora capace di compiere operazioni su scala globale. Dunque il nostro impegno è più che mai chiaro: non rallenteremo la nostra opera, non abbasseremo la nostra vigilanza fino a che le reti internazionali del terrore non saranno state scoperte e spezzate e i loro leader chiamati a pagare il fio delle loro gesta omicide». Così il Presidente ha risposto alle dichiarazioni recenti di Osama Bin Laden e di Abu Musab Zarqawi: «Codardi elitari che non odiano e combattono soltanto l’America ma sono altrettanto nemici dell’Islam e dell’umanità». È dunque una «vittoria completa» nell’obiettivo della Casa Bianca nel momento stesso in cui i risultati dei primi quattro anni di guerra sono implicitamente definiti incompleti. Bush ha ripetuto che «l’America non potrà mai scendere a compromessi con i suoi nemici».
Che il capo della Casa Bianca è tornato stavolta a definire in termini più larghi. Egli ha preso nel mirino due Paesi arabi, le «zone grigie» delle organizzazioni umanitarie internazionali e una parte dei mass media nel Medio Oriente. Presi di mira sono l’Iran e la Siria con quest’ultima apparentemente «promossa» a nemico numero uno, pur non essendo parte del famoso Asse del Male denunciato nelle fasi iniziali del conflitto. Teheran e Damasco vengono definiti «alleati di convenienza» (un termine elastico che può includere anche la complicità) degli estremisti islamici, a riprova del fatto che con questi ultimi i regimi siriano ed iraniano «condividono il fine di attaccare e danneggiare l’America e i governi arabi moderati». Ma Damasco, in particolare, è da tempo accusata di concedere il transito attraverso la frontiera con l’Irak di «volontari islamici» che vanno ad alimentare la guerriglia. Quello di Damasco è l’esempio di regimi che «tentano di scaricare la responsabilità dei propri fallimenti nella gestione del potere sull’Occidente, sull’America e sugli ebrei». L’accenno alle «organizzazioni umanitarie corrotte» si riferisce alle «internazionali» di solidarietà islamica, per i cui canali passano anche finanziamenti ai terroristi. Non ha sorpreso l’attacco di Bush a «elementi dei news media arabi che incitano all’odio e all’antisemitismo, spargono teorie cospiratorie e accusano gli Stati Uniti di condurre una guerra contro l’Islam». Da tempo le autorità americane in Irak si lamentano del tono dei reportage di Al Jazeera e di altre emittenti televisive in lingua araba e della «pubblicità» che esse elargirebbero agli autori di atti terroristici.
Ma la fiducia che più conta, e che in questo momento soprattutto preoccupa Bush, è quella degli americani, che in realtà è sono i destinatari del discorso di ieri. I sondaggi segnalano non soltanto un forte declino nella popolarità del presidente, ma anche una diminuita fiducia nella sua capacità di condurre proprio la «guerra al terrore». Non è detto che il «bilancio» presentato ieri raggiunga lo scopo. L’opposizione più recisa ha già risposto picche. Il senatore Kennedy ha sbrigativamente definito «stupido» un governo che «denuncia complotti per alimentare l’allarme perché non ha dei successi da mostrare».