Bush: aperta ogni opzione ma l’America privilegia la soluzione diplomatica

Il presidente Usa ha ribadito di non potere escludere l’uso della forza e ha confermato la propria fiducia al ministro della Difesa Rumsfeld criticato da sei generali in pensione

Mariuccia Chiantaretto

da Washington

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha confermato ieri di non volere la guerra in Iran, ma ha precisato che non esclude alcuna opzione. Nella stessa occasione ha voluto mettere fine alle voci secondo cui il ministro della Difesa Donald Rumsfeld diventerebbe il capro espiatorio del Partito repubblicano di governo, allarmato dal malcontento degli elettori per il numero crescente di morti americani in Irak.
La dichiarazione di Bush, nell'imminenza della visita a Washington del presidente cinese Hu Jintao, punta contemporaneamente a sollecitare una maggiore pressione internazionale sull'Iran e a rassicurare gli elettori americani, allarmati all'idea di un nuovo fronte di guerra. Alla domanda di un giornalista sull’uso di «miniatomiche» contro i bunker dove si svolgono le ricerche nucleari in Iran, Bush ha nuovamente rifiutato di escludere questa eventualità, ma ha insistito sulla sua preferenza per una conclusione pacifica del braccio di ferro.
«Tutte le opzioni sono sul tavolo - ha detto - ma vogliamo una soluzione diplomatica e lavoriamo alacremente per ottenerla. Il modo migliore sarebbe uno sforzo comune di tutti gli Stati che riconoscono il pericolo di un Iran dotato di armi nucleari. Lavoriamo strettamente con Paesi come Francia, Germania e Gran Bretagna. Naturalmente intendo porre il problema al presidente Hu Jintao questa settimana, e continueremo a lavorare diplomaticamente per risolverlo».
Ieri il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha lanciato una nuova sfida agli Usa e ai loro alleati. In un discorso ai militari ha sostenuto che l'Iran «taglierà le mani a qualunque aggressore». «Voi - ha detto ai soldati - siete uno degli eserciti più forti del mondo perché avete fede in Allah. I nemici dell'Iran conoscono il vostro coraggio, la vostra fede e il vostro impegno, sanno che siete in grado di difendere i confini, tagliare le mani agli aggressori e porre loro in fronte un marchio di infamia».
In questo contesto Bush ci ha tenuto a chiarire che il suo ministro della Difesa non si tocca. Di fatto, ha richiamato all'ordine i parlamentari repubblicani che temono di perdere le poltrone nelle elezioni del 7 novembre. «Ascolto tutte le voci che corrono, ma la decisione finale - ha dichiarato il Presidente - spetta a me. Donald Rumsfeld fa un buon lavoro. Non soltanto sta trasformando le Forze armate, ma combatte una guerra contro il terrorismo. Ho una grande fiducia in lui. Ascolto tutte le voci, e leggo le prime pagine, e so quello che si dice a Washington. Ma sono io colui cui tocca decidere per il meglio. E il meglio è che Donald Rumsfeld rimanga ministro della Difesa». «Non mi piacciono queste illazioni su Rumsfeld, che - ha aggiunto - sta facendo un buon lavoro, e io lo sostengo con forza».
La scorsa settimana sei generali in pensione, che affermavano di parlare per i colleghi in servizio, avevano accusato Rumsfeld di gestire la guerra in Irak senza mai ascoltare i consigli dei militari che devono farla. I sei avevano chiesto le sue dimissioni. L'ultimo a prendere posizione è stato il più prestigioso, ma anche il più politicizzato: Wesley Clark, ex comandante della Nato ed ex aspirante alla candidatura del partito democratico per la Casa Bianca nel 2004, notoriamente vicino a Bill e Hillary Clinton.
Bush non potrebbe silurare Rumsfeld senza rinnegare le proprie decisioni. Il capo del Pentagono ha spinto per l’uso della forza in Irak, ma la responsabilità ultima è del presidente. E questi è convinto che la maggioranza degli americani si sia espressa chiaramente quando lo ha eletto per la seconda volta alla Casa Bianca. Il presidente considera dunque che le truppe Usa debbano restare in territorio iracheno fino a quando non sarà stato raggiunto l’obiettivo primario: un Medio Oriente dove nessun governo armi o finanzi i nemici degli Stati Uniti.