Bush attacca: «Non sono un dittatore Siamo in guerra e proteggo il Paese»

Il presidente contro il «New York Times»: «Mette in pericolo la nostra sicurezza»

Marcello Foa

George Bush non si scusa. Anzi, rilancia. Avanti sulla stessa strada in Irak - ma non è una novità - e a Washington - ma non era affatto scontato - perché il presidente americano è accusato dal New York Times di aver autorizzato, senza mandato, intercettazioni telefoniche di sospetti terroristi. Un reato commesso dal primo cittadino degli Stati Uniti. Eppure George Bush non si sente in torto. E, per ben due volte in meno di 24 ore rilancia, spavaldo, davanti alle telecamere: quelle intercettazioni sono legali, e continueranno, perché il Paese è in guerra ed è suo dovere fare di tutto per proteggere la vita dei cittadini. Semmai dovrebbe essere la testata newyorchese a fare un passo indietro «perché con il suo comportamento ha messo in pericolo la sicurezza del Paese». Di certo Bush non perdonerà chi ha passato la dritta ai giornalisti: il Dipartimento della giustizia ha aperto un’inchiesta per scoprire i responsabili di quelle che ha definito «vergognose rivelazioni».
Era dai tempi dal Watergate che non si assisteva a uno scontro così duro tra la stampa e la Casa Bianca. Stamane il New York Times replicherà, verosimilmente a tono. Di certo la polemica non è destinata a esaurisi, anche perché ha contagiato il Congresso, determinando, nei gioni scorsi, il no del Senato al rinnovo del «Patriot Act», il pacchetto antiterrorismo varato dopo l’11 settembre. E proprio ai parlamentari Bush ha rivolto uno dei passaggi più duri della conferenza stampa di ieri mattina. «Abbiamo informato il Congresso una dozzina di volte sul programma di spionaggio. Dire che esercito poteri senza essere controllato significa attribuirmi intenzioni dittatoriali e questo lo respingo con forza», ha dichiarato il presidente, che ha rincarato: «Non posso svelare i successi ottenuti grazie alle intercettazioni perché questo significherebbe aiutare il nemico». «Ricordiamoci che cosa è accaduto alla vigilia degli attentati dell’11 settembre - ha ammonito -. Le autorità americane avevano intercettato le comunicazioni tra Osama e i suoi luogotenenti. Bin Laden usava un particolare telefono satellitare. La notizia è stata rivelata dalla stampa. E lui ha cambiato telefono». Come dire: sbaglia il New York Times e sbaglia il Congresso a negare il rinnovo del «Patriot Act».
Senza nominarla, Bush ha sfidato Hillary Clinton, probabile candidato democratico alle presidenziali 2008, chiedendole provocatoriamente di «tornare a New York e spiegare perché la loro città oggi è più sicura». Il presidente ha poi spiegato che le intercettazioni rientrano tra i poteri del “Comandante in capo” e «sono implicite» nel mandato a usare la forza approvato dal Congresso in risposta agli attentati dell’11 settembre. Una spiegazione subito bollata dai democratici come inconsistente.
Solo sull’Irak Bush ha usato toni diversi, durante il discorso alla nazione pronunciato domenica sera, quando in Italia era notte fonda. Nessuna novità per quel che concerne la linea di fondo: «Gli Usa non si ritireranno fino a quando non otterranno una vittoria completa», ma il capo della Casa Bianca si è mostrato più conciliante nei confronti del Partito democratico, in particolare dei deputati e dei senatori che rifiutano il disfattismo, dichiarandosi pronto a dialogare con loro. E ha riconosciuto che il problema della credibilità dell’intelligence Usa è serio, dopo i fallimenti sulle armi di distruzione di massa: «Ora l’opinione pubblica si chiede per quale ragione dovrebbe crederci sull’Iran quando i servizi hanno sbagliato sull’Irak».
La linea nei confronti di Teheran resta pertanto di grande prudenza: l’America vuole impedire che gli ayatollah siano in grado di produrre la bomba atomica, ma la «priorità resta alla diplomazia». Washington, peraltro, ha riconosciuto di recente che l’influenza dell’Iran è decisiva sulle popolazioni sciite del sud dell’Irak e, con discrezione, ha dato mandato all’ambasciatore americano a Bagdad di avviare trattative con il governo di Teheran. Ma di questo Bush non ha parlato davanti alla Nazione.