Bush: cambierà la nostra strategia in Irak

Il presidente conferma che Gates aggiornerà la politica del Pentagono e ammette: la sconfitta elettorale porterà dei cambiamenti a Washington

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Fino a qualche giorno fa la parola d’ordine alla Casa Bianca era «mantenere la rotta». Da alcuni giorni essa è stata sostituita da un motto ancora più breve: «Cambiamento». L’ha ripreso in bocca George Bush nel suo tradizionale discorso radiofonico del sabato. Partendo da una valutazione del nuovo ministro della Difesa Robert Gates, che ha sostituito il «falco» Donald Rumsfeld. Il presidente ha presentato Gates, ex capo della Cia, non soltanto come un uomo di vasta esperienza, ma anche e soprattutto come un «agente del cambiamento», come l’uomo che incaricato di imprimere una direzione differente alla azione militare e politica degli Stati Uniti in Irak. Fermo restando, naturalmente, l’obiettivo, che è quello di «vincere la guerra», anche se da qualche tempo il significato di questo termine è diventato più vago e si va trasformando da puramente militare in prevalentemente politico.
Il motivo di queste modifiche è, naturalmente, il risultato elettorale di martedì scorso, di cui Bush non cerca di minimizzare la portata ma che pare avere accettato come un dato di fatto e, anzi, una base di partenza per una «politica nuova» che molti da tempo domandavano nell’Amministrazione e, soprattutto, negli alti comandi delle Forze Armate. Non va dimenticato che la Casa Bianca si è decisa a liberarsi di Rumsfeld (o a rendere nota una decisione in proposito forse presa qualche tempo fa) non soltanto dopo la vittoria dei democratici nelle elezioni di medio termine, ma anche in risposta all’appello degli alti gradi militari, contenuto in un editoriale senza precedenti uscito lunedì, cioè alla vigilia del voto, su tutti e quattro i «giornali militari»: l’Army Times, il Navy Times, l’Air Force Times e il Marine Corps Times. La modifica di rotta, dunque, era nell’aria e l’esito negativo del voto per i repubblicani può essere ora usato per motivarla. Non a caso la sostituzione di Rumsfeld con Gates è venuta praticamente a coincidere con la presentazione delle conclusioni dell’inchiesta del gruppo di studio sull’Irak, bipartitico e presieduto dall’ex segretario di Stato James Baker, uomo di fiducia del presidente George Bush sr. e da tempo punto di riferimento dei «moderati», o meglio dei sostenitori di una politica estera più tradizionale, realistica e meno «messianica». Gates, del resto, fa parte di questo gruppo di studio e sono note le sue inclinazioni verso una maggiore ricerca del consenso in Congresso e nel mondo politico americano in genere.
«Al di là dei partiti» è un’altra espressione molto di moda a Washington in questi giorni. Bush l’ha lanciata appena noto il verdetto delle urne, prima riconoscendo la «batosta» del suo partito, poi tendendo la mano agli esponenti democratici, a cominciare dal futuro presidente della Camera, Nancy Pelosi. Nel discorso di ieri il presidente si è spinto un altro poco in avanti, seppellendo quello che era stato uno dei temi più robustamente polemici della sua campagna elettorale: l’accusa ai democratici di voler «tagliare la corda» dall’Irak, di modo che un loro successo avrebbe «incoraggiato i nemici dell’America». A questi ultimi, al mondo e al popolo americano il capo della Casa Bianca ha rivolto ieri parole alquanto differenti: «Ho un messaggio per i nostri nemici: non confondete le scelte che sono un effetto della democrazia americana con una nostra diminuita volontà».
A conclusione dell’appello radiofonico Bush ha saputo fondere la promessa di novità con una riaffermazione di continuità, anche simbolica. Poco dopo aver trasmesso il suo messaggio radiofonico è uscito dalla Casa Bianca per andare a deporre una corona d’alloro sulla tomba del milite ignoto nel cimitero di Arlington. Ricordato il loro «sacrificio della vita in difesa della libertà», ha espresso la sua gratitudine a Rumsfeld per il lavoro compiuto in questi sei anni.