Bush d’Arabia Con l’Iran c’è aria di svolta

Bush è rientrato giovedì negli Stati Uniti dopo un periplo nel Medio Oriente di una settimana in cui ha trascorso tre giorni in Israele (con breve visita a Ramallah ) e tre ore in Egitto. Da questo calendario parrebbe che la questione palestinese fosse il suo principale scopo: nel cui caso il viaggio si sarebbe rivelato inutile e disastroso, alla luce della tensione riesplosa in questi giorni a Gaza. Ci si può perciò chiedere se si tratta di una gigantesca montatura pubblicitaria di un presidente americano in fine di carriera oppure, come alcuni analisti americani hanno ipotizzato, di qualcosa di diverso: un cambio programmato di strategia verso l'Iran che Bush non poteva rendere pubblico. Eccone gli indizi:
1)Nel pubblicizzato scontro fra le vedette iraniane e la 5° flotta americana nello stretto di Hormuz il 6 gennaio scorso le parti hanno agito in maniera controllata, dando al presidente iraniano, alle prese con gravi problemi interni, la possibilità di segnare punti nei confronti dei suoi oppositori.
2)Il 12 gennaio il New York Times pubblicava i risultati di una manovra virtuale condotta al Pentagono secondo la quale, in un attacco di mezzi navali «suicidi» iraniani, gli americani avrebbero perso 16 grandi unità nel corso di uno scontro di 5-10 minuti. Un indiretto messaggio agli iraniani che Bush non avrebbe mantenuto il suo impegno di usare la forza per impedire la costruzione della bomba atomica.
3)Gli Stati della penisola araba, meno preoccupati della esistenza di armi nucleari iraniane fra 8 o 10 anni che della possibilità immediata di Teheran di bloccare gli stretti in caso di attacco americano o israeliano, tremano all'idea di vedersi privati dei petrodollari da cui traggono ricchezza, possibilità di azzerare (come la Russia ) il debito estero e disporre di strumenti economici per «comperare» stabilità interna ed esterna. Ma solo gli Stati Uniti possono garantire la libertà di navigazione negli stretti attraverso in quali passa il 40% del petrolio arabo.
4)Il prezzo di questa delicata strategia è: l'Iran paga la sua «vittoria nucleare» e la garanzia di non essere attaccato dagli Stati Uniti (e da Israele) con una riduzione della sua interferenza in Irak. I paesi arabi pagano: la protezione americana sullo stretto di Hormuz con mega-acquisti di armi americane; un calo della propaganda anti americana (vedi il «bavaglio» ad Al Jazeera); maggiore sostegno alla politica di pacificazione in Irak, alla lotta contro Al Qaida e collaborazione nel processo di pace israelo-palestinese.
5)Il premier Olmert, a cui Bush ha dato pubblicamente supporto, sa che la possibilità che Israele attacchi da solo l'Iran è inesistente mentre preferisce avere le spalle coperte nei confronti di Hamas, degli Hezbollah e della Siria.
Nessuno può essere profeta specie sul Medio oriente. Ma se alcune delle ipotesi elencate dovessero realizzarsi, Bush potrebbe terminare la sua presidenza con la sua immagine meno offuscata dalla catastrofe irachena, con un successore alla Casa Bianca condannato a seguire molte delle sue iniziative politiche.