Bush e Blair a fianco di Israele: «Nessuna tregua ai terroristi»

Londra e Washington: «Niente cessate il fuoco senza il rilascio dei soldati». Ma sosterranno le azioni militari ancora una settimana, poi parola alla diplomazia. Zapatero critica Gerusalemme

Marcello Foa

«Non si fanno “cessate il fuoco” con i terroristi», tuona l’ambasciatore degli Usa John Bolton al Palazzo di Vetro. «Sbaglia chi chiede a Israele una tregua unilaterale», rilancia il premier britannico Tony Blair alla Camera dei Comuni. Washington e Londra continuano a essere schierate al fianco di Israele, ma il loro assenso alla pesante operazione militare condotta non è a tempo indeterminato. Ufficialmente nessuno lo ammette, ma due giornali ben informati, il Guardian e il New York Times, lo danno per certo: Olmert ha una settimana di tempo per annientare i santuari degli Hezbollah, poi toccherà alla diplomazia.
Sette giorni, non uno di più. Bush lo aveva promesso al vertice del G8 di San Pietroburgo, Blair si era spinto addirittura fino a proporre, d’accordo con il segretario generale dell’Onu Kofi Annan, l’invio di un contingente di Caschi blu nel sud del Libano. Ma Israele aveva subito frenato. Oggi capiamo perché. L’esercito di Gerusalemme è persuaso di poter infliggere danni permanenti alla guerriglia del Partito di Dio, ma nonostante l’intensità della campagna militare condotta finora, non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti. Olmert, lo ha fatto presente alla Casa Bianca e a Downing Street, ricevendo facilmente il via libera. Bush è convinto che sia necessario «dare uno schiaffo alla Siria e all’Iran», che vengono ritenuti i manovratori occulti degli Hezbollah. Ma eccedere sarebbe controproducente, soprattutto nei confronti dei Paesi arabi amici, che finora hanno tenuto una linea tutto sommato moderata, nonostante la crescente indignazione dell’opinione pubblica. Eccedere significa aumentare il rischio di un’estensione del conflitto. E allora ecco la data del 26 luglio, dopo la quale la parola passerà alla diplomazia, attraverso due canali: l’Onu e il segretario di Stato Condoleezza Rice: quest’ultima inizierà una visita in Medio Oriente; mentre le Nazioni Unite accelerano le procedure per applicare le decisioni prese al G8, ovviamente d’accordo con gli Usa come ha ribadito Bolton ieri a New York. La dichiarazione con cui l’ambasciatore Usa ha respinto l’idea di un cessate il fuoco con i terroristi è perentoria, ma subito dopo l’ex superfalco dell’Amministrazione ha espresso apprezzamento per gli sforzi di Annan e persino per i suggerimenti in vista di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza fatta circolare dalla delegazione francese.
Sulla stessa linea Blair, che a Londra ha ricordato come a scatenare la crisi siano stati gli Hezbollah e che «solo quando i soldati rapiti verranno liberati Israele smetterà i bombardamenti». Il premier laburista ha auspicato «che la risposta delle forze di Gerusalemme sia proporzionata e che si faccia il possibile per minimizzare le perdite tra i civili», ma è persuaso che «la colpa di quel che sta accadendo sia del Partito di Dio».
Una posizione non condivisa dal premier socialista spagnolo Zapatero che ieri ha criticato sia «il rapimento dei militari israeliani» sia l’uso «offensivo della forza, che non permette di difendere la vita di persone innocenti». «Il silenzio di oggi sugli eventi in Medio Oriente potrà diventare il rimpianto di domani», ha ammonito, mentre il suo governo continua a sollecitare Siria e Iran a esercitare la loro influenza sugli Hezbollah. Ma Damasco non ci sente e ha ribadito il suo sostegno ai guerriglieri, anzi, come si legge, in un comunicato del Partito Baath «alla coraggiosa resistenza nel far fronte all’aggressione israeliana». Assad nega di poter condizionare gli Hezbollah e in parte non ha torto: quando le truppe erano in Libano le milizie del Partito di Dio erano effettivamente sotto il suo controllo, ma ora non più, perlomeno non operativamente. Il vero burattinaio è l’Iran, che tace. La Siria cerca di smarcarsi e continua ad accogliere migliaia di profughi in fuga dal Libano, tra cui molti occidentali. Il suo slancio umanitario le consente di arginare le accuse europee e di limitare il rischio di una ritorsione militare.
Tutto questo mentre, ancora una volta, l’Unione europea dimostra di contare poco: la visita a Gerusalemme del rappresentante per la politica estera della Ue Javier Solana, che ha incontrato il premier israeliano Olmert, non è servita a nulla.