Bush e Blair: restiamo in prima linea E la Casa Bianca invia altri rinforzi

Il presidente americano: non ci sono le condizioni per andarcene. Poi, con l’alleato, ammette: «Abbiamo commesso degli errori»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Ritirarsi dall’Irak? Neanche per sogno. Sarebbe cosa profondamente desiderabile, ma non ce ne sono a tutt’oggi le condizioni. L’America, anzi, sta mandando a Bagdad dei rinforzi. È il nocciolo delle dichiarazioni congiunte tra il presidente Bush e il premier britannico Blair, che nella sua visita a Washington ha portato, forse per l’ultima volta, il suo contributo di fermezza e di lealtà al grande alleato, la sua testimonianza di fedeltà alla visione, o al sogno, che ha ispirato l’adesione di Londra alla guerra: resuscitare in qualche modo, in condizioni diverse e di fronte a un’immensa trasposizione delle forze, quell’asse «anglo-americano» che ha vissuto i suoi giorni di gloria nella Seconda guerra mondiale. È stato un incontro difficile, costellato di ammissioni che debbono essere costate care a Blair ma forse ancor più a Bush, che intanto ieri ha ricevuto un messaggio del capo dello Stato Giorgio Napolitano sui «comuni ideali di libertà e democrazia». Bush ha perfino ammesso di essersi comportato con «leggerezza ed arroganza» e ha espresso profonda contrizione per gli abusi ai danni dei prigionieri del carcere di Abu Ghraib. «La deposizione di Saddam Hussein è stata controversa perché non abbiamo trovato le armi di distruzione di massa che credevamo di trovare e dopo la presa di Bagdad ci sono stati passi falsi e non è successo tutto quello che speravamo accadesse».
«Abbiamo fatto un sacco di errori - ha detto a sua volta il premier -. La decisione di rimuovere Saddam Hussein ha diviso la comunità internazionale. Ripensandoci forse avremmo dovuto liberare la società irachena dalla dittatura in maniera diversa. Ma continuare a discuterne non serve a niente». Le difficoltà, hanno ammesso entrambi i leader «restano immense». Lo sviluppo politico a Bagdad dopo l’abbattimento del dittatore è stato più lento e più incerto del previsto e non è ancora possibile riconsegnare interamente il potere al nuovo governo di Bagdad e dunque cominciare a parlare di riduzione degli effettivi delle truppe alleate. «Credo che gli iracheni saranno pronti entro la fine del 2007» ha previsto Blair, ma Bush è stato ancora più sobrio e ha annunciato anzi che, «il generale Casey ha chiesto dei rinforzi e l’ho accontentato inviando in Irak truppe che si trovavano nel Kuwait». La missione, insomma, non è ancora compiuta. Ci sarà ancora da fare per i 130mila soldati Usa e per le forze dei Paesi alleati che, sempre meno numerosi, hanno deciso di restare in Irak. Una decisione che per quanto riguarda la Gran Bretagna è legata probabilmente alla permanenza al potere di Blair, che potrebbe durare molto meno di quanto annunciato dal risultato delle ultime elezioni per la Camera dei Comuni. Si parla sempre più spesso di un «passaggio del testimone» a metà legislatura. La popolarità del premier continua a calare, in gran parte o quasi esclusivamente a causa della guerra in Irak. Essa ha toccato nei giorni scorsi il punto più basso con un «tasso di approvazione» del 26 per cento. Ma Bush non sta molto meglio: anch’egli ha toccato il «nadir» della sua carriera col 29 per cento; solo che gli Stati Uniti hanno un sistema presidenziale e non parlamentare e dunque Bush non ha da temere un voto di sfiducia dalla Camera, che è invece l’incubo del collega.
Così il discorso sulla successione a Downing Street è entrato anche nel vertice alla Casa Bianca, per le domande dei giornalisti ma in parte anche per il calore, per taluni eccessivo, che Bush ha messo nel difendere l’alleato. Egli ha accennato esplicitamente alle «immagini di morte e di distruzione che arrivano ogni giorno dall’Irak», alla «costernazione per la guerra e dunque ai rischi politici di Blair. Ma non datelo per spacciato - ha detto - vorrei vederlo al suo posto fin che sono qua io. Mi mancherebbe perché è un uomo risoluto, coraggioso, proiettato in avanti. Mai nei nostri colloqui mi ha suggerito di cambiare la strategia politica per dar retta ai sondaggi. E poi se andasse via mi mancherebbero le sue cravatte rosse». Troppo calore, forse, per il premier che, interrogato sulla data della sua uscita di scena, ha chiesto «domande serie».