Bush firma una storica intesa nucleare con l’India

Ma l’accordo rischia di saltare: le sinistre hanno promesso una tenace opposizione

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Questa volta George Bush ha proprio fatto un blitz. Ha portato a termine in poche ore un’iniziativa destinata a cambiare in più di un senso gli equilibri internazionali. Appena arrivato a New Delhi, dopo un breve tuffo fuori programma nell’angosciante realtà dell’Afghanistan, ha firmato con il primo ministro indiano Manmohan Singh un accordo di cooperazione nucleare che per alcuni aspetti capovolge la politica fin qui seguita da Washington in questo settore e contemporaneamente strappa l’India all’abbraccio che si stava delineando con la Cina e forse anche con la Russia. Il protocollo è di natura civile, naturalmente, ma sposta i termini di strategie planetarie. Esso prevede la fornitura di combustibile americano all’India, un Paese che non ha aderito al trattato di non proliferazione e l’apertura dei suoi siti per l’energia atomica agli ispettori della Aiea; ma, attenzione, solamente di quelli civili: il riarmo nucleare militare continuerà senza controlli. Questo era il punto che aveva bloccato il primo tentativo di accordo, nel luglio scorso: la forma della «segregazione» tra il nucleare civile da quello delle armi. L’India possiede in tutto ventidue reattori, quattordici dei quali per uso pacifico e dunque «internazionalizzati», e otto militari che rimangono unicamente sotto la sovranità di New Delhi. L’accettazione da parte di Washington rappresenta dunque una grossa concessione all’India, anche se era inevitabile dal momento che il Paese asiatico non ha mai aderito al trattato antiproliferazione e ha potuto darsi la Bomba senza violare alcun impegno internazionale. Ambedue le parti dovrebbero trarre dall’accordo benefici importanti. Per l’India questo significa la fine dell’isolamento in cui i suoi programmi sono dovuti andare finora avanti, la fine anche delle pressioni esterne per fermare o rallentare questi sviluppi, incluse le prediche sull’insufficienza delle misure di sicurezza e la loro integrazione con la rete mondiale delle conoscenze scientifiche e tecniche, la libertà di procurarsi materiali, tecnologie, know how e mercati.
Non solo quello americano: fra pochi giorni arriva a New Delhi Jacques Chirac, pronto a prendere la sua parte. I vantaggi per l’America sono, o almeno potrebbero essere, multipli. Un’India ancora più forte sul piano nucleare potrà cooperare al «contenimento» dell’Iran e anche e soprattutto del Pakistan. Il suo orientamento politico, in parte già delineato, potrebbe chiarirsi sempre di più come «filoccidentale», vale a dire filoamericano. Storicamente l’India, decolonizzata appena sessant’anni fa, si è trovata meglio in compagnia dell’Unione Sovietica che del mondo occidentale, costringendo così gli Stati Uniti, a cominciare dagli anni di Nixon, a stringere rapporti preferenziali alternativi con il Pakistan. Scomparsa l’Urss, New Delhi ha cercato di dare nuovi contenuti alla sua neutralità, soprattutto nel momento della rapida trasformazione (appena avviata) del Paese da simbolo della povertà nel Terzo Mondo a potenza industriale e finanziaria emergente. Uno sviluppo parallelo a quello della Cina, che potrebbe portare o a una ripresa dell’amara rivalità fra i due Paesi nella seconda metà del ventesimo secolo o a una mega alleanza panasiatica. Una soluzione non gradita a Washington, che per impedirla ha concepito questa audace proposta alternativa. Una acquisizione che compenserebbe Bush dell’alienazione di diversi Paesi dall’America in conseguenza della guerra in Irak.
Bush come pioniere fortunato, dunque; anche se i giochi sono tutt’altro che fatti. L’India è un Paese politicamente complicato oltre che gigantesco. Ha un presidente della Repubblica musulmano, ex scienziato nucleare e ora convinto ecologista; un primo ministro di religione sikh in un Paese di grande maggioranza indù. Una maggioranza di governo che comprende i comunisti e il principale partito al potere presieduto e guidato da una donna italiana, Sonia Maino in Gandhi, da Orbassano. Alle sinistre il trattato non piace affatto e hanno promesso una tenace resistenza alla sua ratifica. E neanche dagli Stati Uniti, per altri motivi, il placet del Congresso è tutt’altro che assicurato. Per il momento, tuttavia, l’acciaccato George Bush di questi tempi può aspirare a entrare nella storia con un ruolo simile a quello che trent’anni fa definì la presidenza di Richard Nixon. Uno scoprì la Cina, l’altro l’India.