Bush frena: «Il pericolo numero uno è Al Qaida»

Il presidente Usa: «Iran minaccioso come la Nord Corea ma la soluzione è diplomatica»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

L’ultima volta che George Bush ha parlato dell’Iran (son passate, data l’attualità dell’argomento, poche ore) lo si è visto in un ruolo per lui inedito o almeno inconsueto: il frenatore. Proprio così. Lui, il presidente più «falco» che la recente storia annoveri, ha dato l’impressione di tirare le redini a Condoleezza Rice, che, se non altro per il mestiere dovrebbe adornarsi di piume di «colomba». Lei aveva detto il giorno prima in Senato che l’Iran costituisce oggi la minaccia maggiore per gli Stati Uniti. E dunque a lui hanno chiesto se era proprio così, in una assemblea di gente pratica come gli editori americani di giornali. Gli hanno domandato, per la precisione, quale fosse oggi il massimo pericolo per l’America: l’Iran, la Corea del Nord o la Cina? Nessuno dei tre, ha detto il presidente: il nostro peggior nemico continua a essere Al Qaida, quella che «vuole di nuovo attaccarci». L’Iran, certo, rappresenta un serio problema per la sicurezza nazionale, preoccupa per le sue minacce a Israele, è in sospetto di possibili collegamenti con gli altri rimasugli del vecchio Asse del male, come la Corea del Nord. Ma quello che gli Stati Uniti cercano per la crisi con Teheran è una soluzione diplomatica che metta sotto controllo le sue ambizioni nucleari. E quando gli hanno fatto rilevare che il presidente iraniano Ahmadinejad ha promesso direttamente all’America «danni e sofferenze» per la sua opposizione a quei programmi, di nuovo Bush ha gettato un po’ d’acqua sul fuoco. «Quando l’Iran parla di conseguenze per noi si riferisce all’energia e a situazioni che facciano crescere il prezzo del petrolio. Ragione più che sufficiente per lavorare assieme ad altri per risolvere, per via diplomatica, un problema che potrebbe avere queste serie complicazioni».
Gli «altri» sono in questo momento, in primo luogo, i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, cui ora la questione è stata sostanzialmente deferita, dal momento che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non è riuscita a produrre una formula propria e quindi ha passato la pratica irrisolta all’istanza superiore e politica. Inevitabilmente fra le opzioni del Consiglio di sicurezza c’è quella delle sanzioni economiche, e di queste si parlerà quando il Consiglio si riunirà, la settimana prossima, a porte chiuse. Potranno così venire in luce più francamente le opinioni e le obiezioni dei membri che più contano. La Russia e la Cina, per cominciare, che hanno interessi commerciali da difendere in Iran. Poi forse l’Europa, in particolare dopo l’interessante proposta del ministro degli Esteri russo Lavrov di istituire una commissione ad hoc che comprenda, assieme ai membri permanenti del Consiglio, la Germania.
La Francia, che questa volta è d’accordo con gli americani nella valutazione del problema, se ne distacca però quando si viene alla cura, insiste per una soluzione «politica e non punitiva», definisce «possibili» i negoziati e incoraggia a «tendere una mano». Accenti insolitamente concilianti vengono anche da Tony Blair, il «falco» numero uno d’Europa, che stavolta insiste sì perché Teheran «mantenga i suoi impegni», ma subito aggiunge che la Gran Bretagna «non ha motivi di ostilità per gli iraniani e desidera che al loro Paese vengano riconosciuti gli stessi diritti che a qualunque altro; naturalmente assieme ai doveri che vi sono connessi». Rimaneva per il momento isolato, in questo contesto, il tono del governo americano, emerso dalle dichiarazioni intransigenti, negli ultimi giorni, del vicepresidente Cheney, del ministro della Difesa Rumsfeld, della Rice e dell’ambasciatore degli Usa all’Onu, John Bolton. Bush corregge ora questa impostazione, almeno sul piano psicologico.