Bush ha puntato tutto su di lui e ora teme il caos in Medio Oriente

Le svolte dell’alleato, anche se controverse, sono sembrate la strada migliore per raggiungere l’accordo con i palestinesi

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Non è una sorpresa totale neanche per l’America, ma anche così è una brutta sorpresa. Dopo mesi che lasciavano filtrare una speranza, da Israele giungono notizie sempre più allarmanti. E la prognosi americana, quella politica, è di ora in ora più riservata. Bush si tiene in contatto, il più stretto possibile, con i vecchi alleati di Gerusalemme, ma si trova di fronte a una situazione nuova, potenzialmente drammatica, forse anche letale, almeno a breve e media scadenza, per il suo «grande progetto» per il Medio Oriente. Nessun Paese straniero, forse, è così ben conosciuto come lo Stato ebraico, in tutti i livelli dell’amministrazione, del Congresso, del potere degli Stati Uniti. Le notizie, le «soffiate» e le raccomandazioni attraversano in fretta l’Atlantico e il Mediterraneo e di interlocutori ce ne sono molti sia su questa sia su quella sponda. Ma in questo momento manca l’interlocutore principale e rischia di mancare presto per sempre. Ariel Sharon ha fra le dita tutti i fili di una trama difficile, improbabile, necessaria. Il pubblico non saprà mai quanto i consigli americani abbiano contribuito alla «svolta» del leader storico della destra israeliana. Certo non poco, perché Sharon ha imboccato sì una strada che non è quella segnata da Washington, ma che conduce (o almeno fino a ieri sembrava condurre) al medesimo risultato per un percorso differente.
La Road Map è cambiata al punto da non chiamarsi quasi più così ma la sua trasformazione l’ha fatta rinascere, l’ha resa per la prima volta concreta e possibile. Anche per questo la Casa Bianca, pur originariamente molto vicina alle posizioni del Likud, ha gettato ben presto il suo peso dietro l’uomo che ha rotto con questo partito, il suo, e ha sconvolto non soltanto la strategia in Palestina, ma lo stesso paesaggio politico israeliano. Gli americani non usano volentieri l’espressione «uomo della Provvidenza», ma hanno finito, almeno molti fra loro, per sospettare che ci fosse qualcosa di simile nel destino del loro più difficile interlocutore. In particolare il Dipartimento di Stato, come è nel suo ruolo e nelle sue tradizioni, ha abbracciato calorosamente la dottrina e la prassi del «neo sharonismo», ma anche la Casa Bianca e, nel suo ruolo necessariamente defilato, il Pentagono. Lo sgombero di Gaza è stato poco rispetto al «gran disegno» della Road Map, ma di più di quello che molti si azzardavano a sperare. La reazione a catena che ha messo in crisi i due principali schieramenti politici a Gerusalemme e sta creando nuovi equilibri su una tabula rasa potrebbe consolidare un nuovo paesaggio proprio perché le elezioni sono imminenti e gli entusiasmi ancora freschi. Di solito serbatoio di cattive notizie e di allarmi, la Palestina pareva sul punto di diventare l’orto in cui far germogliare il «nuovo ordine» mediorientale e l’allargamento della democrazia in una così vasta e importante area del mondo. I più in America si aspettavano dall’appuntamento degli israeliani con le urne qualcosa di più della conferma al potere di un grande personaggio: un plebiscito di portata storica.
Ed ecco un «terremoto» neurologico invece che politico. Israele senza Sharon è diventata una possibilità concreta, forse imminente. Il dopo Sharon è un’eventualità concreta, doppiamente allarmante perché potrebbe finire con l’assomigliare troppo al «prima di Sharon». Non tutti in America lo temono nella stessa misura. Non mancano da questa parte dell’oceano i «nostalgici» preventivi. Il più accanito rivale del premier, Benjamin Netanyahu, ha sempre goduto a Washington di solide amicizie, in Congresso e probabilmente anche nei ranghi dei «neo conservatori», che potrebbero rimpiangerlo meno di Bush e della Rice.